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Robin Williams è scomparso poco più di un mese fa.

Se n'è andato nel pieno delle vacanze estive, quasi a non farsi notare, lui che era sempre al centro di ogni film che interpretava, forse non del tutto consapevole dell'impronta lasciata sugli spettatori: Robin aveva questa rara capacità di entrare nella tua vita e di rimanerci, come un amico di famiglia che viene spesso a cena e ti risolve la serata.

Grande improvvisatore, aveva raggiunto la notorietà sul piccolo schermo nel 1977 con il saluto-tormentone "Na-no Na-no" nella serie Mork & Mindy (che gli regalerà il Golden Globe come migliore attore televisivo), per passare al grande schermo con Popeye (Robert Altman, 1980) e Il mondo secondo Garp (George Roy Hill, 1982). Una delle sue migliori interpretazioni cinematografiche fu tuttavia in Good morning, Vietnam (Barry Levinson, 1987) dove interpretava Adrian Cronauer, lo speaker radiofonico che durante la guerra del Vietnam diventò popolarissimo per la sua conduzione fuori dagli schemi: un film che ho amato moltissimo, ma che ho visto solo qualche anno più tardi.

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Il film che mi ha fatto conoscere Robin, infatti, è stato L'attimo fuggente (Peter Weir, 1989): avevo solo sette anni, ma mi ha davvero lasciato un segno. Ad ogni visione mi immedesimavo in un personaggio differente, guidata dal motto Carpe diem: quel professore era un'ispirazione profonda per un sano desiderio di ribellione, una conferma per coltivare la mia sete di sapere. C'ero anch'io tra i suoi allievi in piedi sui banchi ad urlare "Capitano, mio capitano!", rapita dal fascino di quell'uomo che, senza che me ne rendessi conto, era entrato a far parte della mia vita.

Non avevo ancora dieci anni quando uscì Hook – Capitano Uncino (Steven Spielberg, 1991), ma ricordo come fosse ieri la meraviglia per quel mondo fatto di pirati e bambini che non volevano diventare grandi. "Solo una persona al mondo ha quell'odore, l'odore di chi ha cavalcato sulle ali del vento, di cento estati da favola passate a dormire sugli alberi, delle avventure con indiani e pirati" diceva Trillie interpretata da una Julia Roberts ventiquattrenne: era la sua epoca d'oro, quella di Risvegli (Penny Marshall, 1990), La leggenda del re pescatore (Terry Gilliam, 1991), Mrs Doubtfire (Chris Columbus, 1993) e Jumanji (Joe Johnston, 1995). Anni in cui ha avuto la fortuna di sperimentarsi in ruoli molti diversi tra loro: una sorta di "schizofrenia legalizzata", come definiva lui la recitazione.

Gli anni Novanta sono una vera rampa di lancio per l'istrionico attore, che torna a vestire i panni di un professore "ispirato" e ispirante in Will Hunting – Genio Ribelle (Gus Van Sant, 1997) che gli varrà un Oscar come miglior attore non protagonista, poi di un vedovo che trova pace nella poesia in Al di là dei sogni (Vincent Ward, 1998), un medico alternativo in Patch Adams (Tom Shadyac, 1998) che non posso evitare di guardare senza un pacchetto di fazzoletti accanto, un ebreo polacco ai tempi del nazismo in Jakob il bugiardo (Peter Kassovits, 1999), un robot in L'uomo bicentenario (Chris Columbus, 1999) fino ad interpretare ruoli a lui nuovi come in Insomnia (Christopher Nolan, 2002) o in One hour photo (Mark Romanek, 2002).

Anche Carlo Valli, il doppiatore che ha dato la voce all'attore nella maggior parte dei suoi film, lo definiva un fiume in piena: "La prima volta che mi proposero un suo film mi spaventai". Non era perfetto, ma forse era proprio questo a farcelo amare ancora di più: era capace di arrivare dritto all'emotività della gente, provocando un sorriso, una risata o una lacrima con un solo sguardo.

Aveva tre film in uscita (The angriest man in Brooklyn, Boulevard e l'annunciato Una notte al museo 3 – Il segreto del faraone), mentre la serie tv The Crazy ones (con Sarah Michelle Gellar) era stata cancellata dopo la prima stagione. Grande amante di videogiochi (la figlia, non a caso, si chiama Zelda), nel 2011 era stato testimonial del videogioco The legend of Zelda: su World of Warcraft dovrebbe apparire un personaggio a lui dedicato, Robin the entertainer.

La comicità per Williams, che soffriva di depressione, era un'alleata nell'esorcizzare le sue paure: "Pensavo che la cosa peggiore nella vita fosse restare solo. No, non lo è. Ho scoperto invece che la cosa peggiore nella vita è quella di finire con persone che ti fanno sentire veramente solo."  Parole che hanno stupito me, come tanti altri: ingenuamente, nella mia testa avevo unito l'attore con l'uomo, immaginandolo senza pensieri, incapace di essere depresso. Quel sorriso malinconico, divenuto una sorta di marchio di fabbrica, ora prende un significato tutto particolare: la vita in fondo è un ruolo per il quale non siamo mai realmente preparati.

Bentornato all'isola che non c'è, Robin.

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