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Edge of the World

Questo mese un pensiero mi si è conficcato in testa in modo assai prepotente: gli Oscar 2016.

Ma prima che chiudiate brutalmente questa pagina, scaraventando il pc giù dalla finestra lasciatemi finire il pensiero: ne varrà la pena.

Il pensiero è stato scatenato dagli oscar sì, ma per un evento in particolare: il lungo e accorato appello che il mitico Leonardo Di Caprio ha lanciato durante il suo atteso discorso per quello che era palese essere l'anno della sua vittoria come miglior attore protagonista.

Il buon Leo ha lanciato un appello a non ignorare i cambiamenti climatici, a non lasciare che questo mondo, che finora è l'unico che abbiamo, vada in malora.

Ebbene questo pensiero mi ha risuonato in testa come una eco incessante che per tutta la vita mi porto e mi porterò dentro: ha dannatamente ragione. Ogni giorno buttiamo e sprechiamo letteralmente tonnellate di materie rinnovabili o meno, ma la cosa peggiore è lo spreco di materie prime a monte, necessarie per produrre i prodotti finali. Miliardi di litri d'acqua, petrolio, minerali, metalli, animali, foreste, ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo.

Stiamo facendo uno scempio ed in questi anni abbiamo solo iniziato, con un tocco leggerissimo, a combattere questa follia, ma ad ogni angolo di strada gente cambia telefoni perchè vecchi, indumenti perchè non più di moda, auto perchè è uscito il modello nuovo.

Io voglio credere che l'uomo può salvare il sasso su cui si trova, una sfera blu ancorata dalla forza di gravità e sospesa nel nulla e che se non facciamo attenzione rischia di diventare arida, inospitale e priva di tutte quelle meraviglie che la rendono unica..

Mattia Corbetta

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La voce dei vegetali

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La voce dei vegetali

L’inverno è giunto (quasi) alla fine e cominceranno a comparire nei menu dei ristoranti delle belle e fresche insalate tutte da gustare, magari con l’aggiunta di qualche delizioso ortaggio di stagione.

Vi siete mai chiesti però se queste verdure venissero utilizzate per qualcos’altro se non solo per puro scopo ristorativo? E se vi dicessi che possono essere utilizzate come strumenti musicali? Mi darete del pazzo?

 

Se pensate che l’ultima affermazione possa essere veritiera, non avete mai sentito parlare della Vegetable Orchestra. Si tratta di un progetto nato nel 1998 in Austria, più precisamente a Vienna, che comprende la bellezza di dodici elementi, una reale orchestra musicale un po’ eccentrica forse ma che usa gli ortaggi come strumenti. Ovviamente sedani, carote, zucche, porri e peperoni hanno subito una lavorazione (intaglio, foratura ecc ecc) per essere tramutati in strumenti a fiato, a percussione o pizzicati.

Unico difetto è che gli “strumenti” durano un solo concerto e devono essere riprodotti per l’esibizione futura. La Vegetable Orchestra è in grado di offrire numerosi generi musicali durante il concerto, dal jazz all’elettronica a quella contemporanea e al pubblico pagante viene offerta una bella zuppa calda da gustare…ovviamente non è fatta con gli strumenti appena suonati …[ndr]!

 

Vegetable Orchestra

Vegetable Orchestra

 

Se ci spostiamo nel bel Paese invece, esattamente nella Val Vigezzo in Piemonte, esiste un altro progetto di musica con le verdure ma molto diverso dal precedente.

L’idea è da attribuire a Gian Luigi Carlone, cofondatore e saxofonista della Banda Orisis, e Biagio Bagini, autore di libri e programmi radiofonici per bambini, che mettono in piedi il progetto “Conciorto”.

A differenza della Vegetable Orchestra, gli ortaggi vengono collegati con dei cavi al sistema open source Ototo basato sui sensori Arduino che permette di far suonare qualsiasi cosa sia in grado di condurre elettricità, come l’acqua. Noi tutti sappiamo che la frutta e la verdura sono ricche d’acqua per cui è possibile comporre delle vere e proprie canzoni inedite con dei testi scritti dai due fondatori.

E’ disponibile online l’album dal titolo, appunto, “Conciorto” di 13 brani inediti.

Gian Luigi Carlone e Biagio Bagini

Gian Luigi Carlone e Biagio Bagini

Non siamo a conoscenza di esperimenti condotti con la frutta ma crediamo che da qui a poco tempo nasceranno sicuramente nuove idee in tal proposito; per ora possiamo solo dirvi che questi due progetti stravaganti sono proprio un bel….minestrone in musica.

 

I link per vedere le 2 performance:

https://www.youtube.com/watch?v=hpfYt7vRHuY

https://www.youtube.com/watch?v=tNd5cz25h6E

 

Emanuele Beltrame

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Made in England!

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Made in England!

Ciao Forgini!!!! La primavera è alle porte, le giornate si allungano, la temperatura fuori sale e si esce dal letargo. Che ne dite di partire per un weekend?!? London is always a good idea!!!

La nostra collega Sissy, che ha la fortuna di vivere in Inghilterra, nel redazionale di questo mese ci ha raccontato la sua esperienza culinaria e ci ha introdotto nel favoloso mondo della cucina inglese che non è fatto solo Fish & Chips e pudding! Se avete in programma un viaggio nell’UK, cari lettori, dovete assolutamente leggere i suoi e i nostri consigli!

Non si può iniziare che parlando della Full English Breackfast che per gli inglesi è il pasto principale della giornata, in quanto il pranzo prevede solo un veloce spuntino. La colazione è quasi sempre servita come unica portata e nel piatto troverete, oltre al pane tostato, uova strapazzate, bacon, baked beans (fagioli in salsa di pomodoro) e salsicce di maiale. Altre specialità possono essere bubble and squeak (frittelle di patate e verdure), hash browns (frittelle di sole patate) o hot buttered smoked fish (pesce affumicato ripassato al forno con burro). Il tutto accompagnato da una tazza di the o caffè e succo di frutta.

Per quanto riguarda i piatti principali,che potrebbero accompagnare le vostre cene , vogliamo darvi altre proposte oltre a quelle di Sissy.

SHEPERD'S PIE: da non confondere con le tradizionali pie a tortino. Si tratta di un pasticcio gratinato di ragù d'agnello con carote e piselli, ricoperto da uno strato di purè di patate.

SAUSAGES AND MASH: letteralmente salsicce e purè di patate. La carne è quasi sempre di maiale ma a volte la propongono anche con quella di cinghiale. Il tutto inondato dalla famosa gravy sauce.

CHICKEN TIKKA MASALA: paradossalmente considerato uno dei piatti tipici della cultura britannica nonostante l'influenza indiana. Si tratta di pezzi di pollo al curry con salsa di pomodoro e yogurt. Ne esistono oltre cinquanta varianti.

CUSTARD: paragonabile alla nostra crema pasticciera è da servire in coppa accompagnata da biscotti o frutta. Serve inoltre per farcire crostate o in accompagnamento alle torte.

TRIFLE: dolce al cucchiaio da servire freddo, progenitore della nostra zuppa inglese.Viene fatto con fette di torta imbevute di vino e una crema a base di uova e latte.

Se non riuscite a farvi invitare a cena da una famiglia inglese, non vi resta che andare a provare tutte queste squisitezze, in uno dei tantissimi ristoranti inglesi a Londra o meglio ancora in un pub, più economico e genuino rispetto ai primi.

Ma se volete provare un esperienza davvero unica non potete non andare nel ristorante del famoso chef stellato Gordon Ramsay, il RESTAURANT GORDON RAMSAY, Royal Hospital Road 68,Londra SW3 4HP. Il primo dei sui 28 ristoranti sparsi in giro per il mondo. Complessivamente hanno ottenuto 12 stelle Michelin e questo è il più premiato ed importante di tutti.

Gordon Ramsay

Gordon Ramsay

Insomma non vi resta che preparare la valigia, partire e... buon appetito!

Kiss Kiss dalle vostre InfrigoVeritas Anna e Georgia!!






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L'architetto che imparò a costruire con il cartone

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L'architetto che imparò a costruire con il cartone

 

Bentornati Amici di Forge! Apro questo articolo con un simpatico video, che insegna a costruire con dei semplici tubi di cartone,  un divertente spazio gioco per il vostro cagnolino. (Se vi interessa scoprire di più sul video ecco il link , si tratta di un concorso di design a cui hanno partecipato architetti di fama internazionale quali MVRDV, Toyo Ito," il tizio che vedrete nella figura sottostante"... e tanti altri http://architecturefordogs.com/architectures/shigeru-ban/ )

E questo cosa c’entra con l’Architettura?

 Beh, questa piccola intro per descrivervi la storia di un particolare architetto giapponese, che ha avuto la brillante idea di sostituire i classici materiali edili con questi strani tubi! 

E che cosa è venuto fuori?  Scopriamolo insieme!!!

In poche parole sto parlando di Shigeru Ban, vincitore del  Premio Pritzker  2014 ( prestigioso premio per l’Architettura assegnato ogni anno per onorare architetti viventi e le loro particolari opere architettoniche ) e ideatore di alloggi a basso costo costruiti con un originale materiale che prevede l’utilizzo di carta e bambù come elemento strutturale.

La figura dell’Architetto in Giappone, racconta Ban in un' intervista, ha una storia molto recente: i primi professionisti si affermarono nel territorio giapponese solamente nel ‘900; prima di questo periodo, a svolgere questo mestiere erano soprattutto artigiani e falegnami senza alcuna base scolastica.

 Shigeru Ban una volta tornato dai suoi studi negli Stati Uniti dovette a lungo scontrarsi con questa dura realtà che non gli permetteva di essere rispettato come architetto di nuova generazione.

 

La caratteristica principale che contraddistingue la figura di un architetto da tutte le altre persone è quella di conservare oggetti e materiali di per sé inutili; e possiamo dire che anche Ban faccia parte di questa STRAMBA categoria, difatti mentre lavorava alla preparazione di un importante allestimento in cui si utilizzavano rinomati tessuti per plasmare forme e spazi,  si imbattè in un singolare materiale che avrebbe cambiato per sempre il suo modo di pensare.

“ Una volta finito di appendere la stoffa alle pareti degli ambienti della mostra, mi accorsi che per terra rimanevano depositati disordinatamente per tutta la stanza solo più i tubi di cartone; invece di buttarli nella spazzatura, li presi e li portai nel mio ufficio.”

In questo modo, egli venne alla conoscenza delle straordinarie proprietà strutturali della carta, la quale opportunamente compressa e lavorata  con tecniche specifiche poteva divenire un solido elemento strutturale da poter utilizzare in Architettura.

Così iniziò a chiedersi: “ Cosa posso fare come Architetto per essere utile a questa società?

"Guardandomi attorno, sia nel mio Paese che nel resto del mondo, vidi che ai profughi colpiti da guerre o da disastri naturali, venivano forniti rifugi impietosi di bassa qualità, così mi resi conto  di quanto fosse necessario pensare a qualcosa che migliorasse le loro condizioni di vita."

Nel 1995 Kobe (situata a sud del Giappone) fu vittima di un devastante terremoto che colpì la città,  le vittime furono più di 6.000 e si rapportarono danni per più di 10.000 miliardi di yen; Shingeru Ban si interessò alla difficile situazione degli sfollati, visto che molti di loro abitavano in esili capanne composte da teli di plastica per niente confortevoli; addirittura alcuni, furono mandati via dal parco cittadino che li ospitava provvisoriamente, temendo che potesse trasformarsi in una degradante baraccopoli.

L’architetto intervenne pensando a una struttura più stabile che potesse rendere gli ambienti più confortevoli e che fosse  allo stesso tempo esteticamente più gradevole in modo da poter essere accettata da tutti gli abitanti di Kobe.

L’obiettivo quindi era di ideare abitazioni fai da te economiche che potessero essere costruite da chiunque.

Le fondazioni vennero pensate con casse di birra riempite di sabbia, muri formati da tubi di cartone dal diametro di 10 cm e con uno spessore di 4 mm il tetto, il tetto con materiale tessile e mebranaceo.

L’idea fu accolta in maniera positiva, sia dal Comune che dagli abitanti, soprattutto per la semplicità dei materiali, che potevano essere realizzati sul posto con  piccole operazioni e per la gradevolezza estetica del risultato finale. Alla fine dell’estate del 95 vennero costruite circa 27 capanne che assomigliavano le classiche strutture in legno che si osservano in montagna.

L’ Architetto, inoltre vedendo che la maggior parte delle persone si riunivano in preghiera in una vecchia chiesa distrutta dal terremoto, propose alla comunità di costruire un edificio di culto temporaneo in modo che i rifugiati potessero avere un luogo sicuro in cui poter pregare.

Così tra marzo e settembre del ’95 si riunirono più di 160 studenti volontari in modo da poter aiutare la popolazione nella realizzazione.

La pianta ellittica della chiesa  era formata da 58 tubi di cartone che definivano la struttura, i prospetti invece da pannelli di vetro mobili che davano una certa continuità tra interno ed esterno e da un rivestimento in policarbonato corrugato; la copertura invece era composta da un tessuto per tendaggi da esterno che conferiva all’interno un riverbero della luce particolare che le donava un’atmosfera tipica dei luoghi sacri.

Ban quando propose il progetto aveva in mente un edificio flessibile che dopo 3 anni  poteva essere smontato e rimontato in un’altra area disastrata.  Non aveva però previsto che le persone si affezionassero cosi tanto alla sua struttura e nel 2005 si festeggiarono i 10 della sua costruzione. Nel 2008 venne rimossa e ricostruita a Taiwan a con la stessa forma e gli stessi materiali, e al suo posto a Kobe fu ripensata una nuova chiesa.

Ci sarebbe ancora tanto da raccontare su Shigeru Ban, e purtroppo lo spazio a disposizione non mi aiuta, però ci terrei ancora a raccontare ancora un simpatico aneddoto che definisce la sua curiosa personalità.

Nel 2004, Shingeru Ban ormai divenuto una figura importante nel panorama dell’Architettura mondiale venne chiamato a Metz per realizzare il Centre Pompidou-Metz.

Avendo lo studio principale a Tokio dovette pensare di costruire un ufficio temporaneo in Francia in modo da poter seguire meglio i lavori con la committenza, così  chiese il permesso a Bruno Recine, il presidente del Centre Pompidou di Parigi e a Renzo Piano,(il progettista che l’aveva costruito) di poter affittare gratuitamente un terrazzo dell’edificio.

Renzo Piano  ( l’architetto che assieme a Richard Rogers vinse il concorso per la realizzazione del Centre Pompidou di Parigi  alla fine degli anni ’70 ) rispose a questa insolita richiesta in modo positivo e gli raccontò che pure lui ai tempi, dovette arrangiarsi in qualche modo trasformando una vecchia barca sulla Senna in uno studio temporaneo.

Se foste stati a Parigi intorno al 2004 avreste notato sulla terrazza al sesto piano del Centre Pompidou, una strana copertura in membrane di PTFE (politetrafluoroetilene), una pavimentazione in legno e i tipici tubi di cartone che ormai contraddistinguono l’ immagine di Ban.

L’ufficio di 115 mq venne costruito con la collaborazione di aitanti studenti di Architettura sia francesi che giapponesi; per Ban questo luogo di lavoro era indispensabile, perché oltre che instaurare un legame con l’edificio che lo ospitava, poteva seguire ogni fase di lavoro del cantiere di Metz (Edificio che potete osservare nelle immagini sottostanti).

 

 

Beh penso che l' abbiate capito da queste poche righe:  stimo moltissimo questo sorprendente architetto, sia per la sua spiccata personalità e sia per la sua piacevole simpatia. Trovo che le sue opere siano leggere ed eleganti, e che soddisfino appieno le esigenze di chi ne usufruisce. 

Ciò che amo di più, è soprattutto il suo mettere l'Architettura al servizio di tutte quelle persone più disagiate e sfortunate di noi. Ci pensate? E'  notevole tutto ciò, infatti per intervenire in questo modo, bisogna lavorare duramente e ideare tempestivamente una soluzione efficacie, in modo da progettare un ambiente di qualità nel minor tempo possibile. Esso dovrà essere allo stesso tempo confortevole, sicuro ed  adeguato  alle esigenze di chi ha perso tutto. (ve lo posso assicurare non è per niente facile trovare l'idea giusta al momento giusto!).

Alla prossima puntata!

TIZIANO ZERBO

 

CREDITS:

http://www.shigerubanarchitects.com/

http://www.archdaily.com/490141/centre-pompidou-metz-shigeru-ban-architects

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PENSIERI A CASO MA NON TROPPO!

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PENSIERI A CASO MA NON TROPPO!

Cosa scrivere...su cosa posso scrivere questo mese? Chiudo gli occhi e respiro profondamente....penso alla moda...cosa mi piace e il perché voglio lavorare in qsto mondo! Ricordo che fin da piccola sono sempre stata affascinata dalle scarpe con il tacco, dai vestiti...e dai nastri di mia zia!!! Lei ha avuto un ruolo importante nella scelta su cosa fare da grande, ricordo che quando andavamo a trovare i parenti a Milano e la sera prima ditornare a casa l’aspettavamo...l'aspettavo anche con un occhio aperto e uno chiuso perché avevo sonno e a 7 anni crollavo facilmente!!! Arrivava e mi dava sempre una bustina con dei piccoli pezzetti di nastri, aprivo la busta e guardavo cosa c'era e mi entusiasmavo, li ho ancora tutti e li custodisco con amore e gelosia!!! 
Oggi penso che mi piacerebbe provare a vivere un mese almeno per ogni decennio passato, studiare, provare, usanze e costumi per capire meglio cos'era la moda e come ci si comportava con essa, per poi adattarmi al cambiamento del futuro perché l'adattarsi può solo far bene, la resistenza porta al contrasto. Il mese scorso sono andata a Milano Unica e per la serata di apertura ho sentito parlare i grandi del mondo moda, o per lo meno alcuni; si parlava del dover adattarsi al cambiamento, il voler staccarsi dalla tecnologia per parlarsi faccia a faccia e allo stesso tempo non poterne farne a meno, si sa...ciò che non cambia è per definizione morto. Molte aziende che non hanno saputo affrontare il cambiamento o non hanno potuto sono morte...e con loro anni e anni di storia...che purtroppo probabilmente le generazioni future non sapranno neanche dell'esistenza di quelle aziende.
Adattarsi al cambiamento può inizialmente far male ma poi porta giovamento.
Si parlava inoltre durante quella sera della bellezza e dell'eccedenza dell’ Italia, paese d'arte, paese della moda, paese di molti prodotti di  lusso, sentivo parlare queste persone e ad un certo punto mi sono chiesta: "ma se all'estero l'Italia è gli italiani sono considerati al top per quanto riguarda la moda....perché noi ragazzi italiani siamo più apprezzati all'estero che nel nostro paese? " Parlo per me ma anche per tanti miei coetanei, ci piacerebbe essere valorizzati tanto quanto siamo valorizzati all'estero, sarebbe bellissimo andare via dall'Italia ma per poi tornare e non andare via perché lo stipendio per il ruolo svolto è il doppio di quello italiano, o perché a 30 anni ti propongono un lavoro full time con un rimborso spese che in realtà non copre neanche le spese di viaggio, mi piacerebbe andare all'estero per fare esperienza, per crescere e tornare nel mio paese e saper di essere apprezzata sotto tutti i punti di vista, siamo il paese della moda e del made in Italy, ma la maggior parte delle menti artistiche e non solo italiane dove sono?? Vorrei andare all'estero e dire che nel mio paese apprezzano noi giovani e ci aiutano a crescere ed essere indipendenti!
Credo in un futuro migliore, perchè mi impegno e tante altre persone si impegnano per far si che lo sia, mi impegno per realizzare i miei sogni e sempre lo farò, so che tutto accade per un motivo e ogni cosa che accade mi fortifica per affrontare il percorso della vita, sono grata di tutto quello che ho, e ho fiducia...fiducia che l’impegno paga sempre!

Tatiana Fusi

http://www.luccaimprese.it/assets/Uploads/ecn001188.jpg

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Benvenuti nella Divisione

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Benvenuti nella Divisione

 

 

 

Ed eccoci qui, a 3 anni dal famoso filmato scalpore rilasciato all'E3 di Los Angeles del 2013, ch tanto fece smascellare gli addetti ai lavori quanto il popolo dei gamers di tutto il globo, nel giorno della festa della Donna è uscito finalmente Tom Clancy's The Division, MMO ( per chi non sapesse significa Massive Multiplayer Online) in 3a persona ambientato in una New York devastata dal virus verde, una variante dell'ebola ancora più micidiale e pericolosa.


Graficamente rispetto a quanto annunciato all'inizio, almeno per console, c'è stato un downgrade veramente importante rispetto al famoso filmato di cui parlavo prima, molti effetti, la pulizia grafica, gli elementi a schermo, i riflessi in tempo reale sono stati diminuiti se non addirittura tolti, non ho avuto modo di provare la versione PC epr testare la bontà del comparto grafico, ma su un PC di alta fascia non dovrebbero esserci problemi.

 

Detto questo, cos'è un MMO? Un MMO è un gioco dove affrontiamo missioni principali e secondarie seguendo il filo della trama, avanziamo di livello, aumentiamo le nostre statistiche ( in questo caso, armi da fuoco vigore e parti elettroniche) lootiamo, ovvero andiamo in cerca di equipaggiamento sempre migliore per aumentare le nsotre statistiche di base e essere sempre più preparati ad affrontare nemici via via più forti.

Oltre alla trama principale delle missioni primarie e secondarie, Ubisoft ha implementato anche una variante PvP, ovvero la Dark Zone; una zona dove non giochiamo più contro avversari controllati dall'intelligenza artificiale, anzi ci sono anche loro e molto più agguerriti, ma sopratutto contro altri agenti controllati da altri giocatori.

Nella ZN (Zona Nera) possiamo allearci con altri players trovati in loco, oppure entrare già direttamente con il nostro party per andare a lootare equipaggiamento decisamente migliore rispetto a quello che potremmo trovare girando per la New York della zona principale, ma, e c'è un ma, possiamo anche correre il rischio che altri agenti ci uccidano per rubarci tutto quello che abbiamo raccolto quando siamo entrati, in questo caso loro diventano agenti traditori e una taglia viene messa sulla loro testa; in questo caso i traditori devono cercare di difendersi non solo dall'attacco dei personaggi non giocanti controllati dal gioco, ma anche dagli altri agenti umani che per un qualsivoglia senso di giustizia, o anche solo per l'avidità di rubare il loro loot, cercheranno di attaccarli per farli fuori.

Questa feature aggiunge una notevole varietà alla solita tiritera della storia principale nonchè un più che gradito svago per staccare dalla trama principe, anche se mi sento di consigliare di girare con i vostri amici, i lupi solitari nella ZN durano davvero poco.


A livello di gameplay ricorda e pesca a piene mani da Gears of War con il sistema di ripari da cui difendersi ed attaccare, le linee pricnipali da seguire per il proprio personaggio sono 3: medico, tecnologico o tank; il primo, ovviamente, tende a rianimare e curare gli alleati, il secondo cerca di infliggere più danni possibili con le abilità e il terzo funziona da scudo di difesa per le altre 2 classi leggermente più fragili: abbiamo a disposizione 4 abilità per ogni classe, ciascuna con altre 4 modifiche o sottocategorie che potenziano un determinato aspetto rispetto ad un altro.


Le armi, che sono il core del gioco, si dividono in pistole, mitra, shotgun, fucili d'assalto, cecchino; in più abbiamo diversi tipi di granate, da quelle semplici, passando a quelle stordenti attraverso quelle incendiarie, ne abbiamo per tutti igusti e ognuna ha un suo risvolto pratico.

Stessa cosa per i viveri che ci portiamo dietro, alcuni rimuovono gli effetti di status negativi, altri accelerano i tempi di recupero delle abilità e via dicendo.

 

Ho letto qualche recensione svariati commenti di altri giocatori che criticano il prodotto, sinceramente a me non dispiace nonostante a volte il caricamento dei dettagli sulle auto piuttosto che sui cartelloni pubblicitare in game risulti davvero ridicolo, avrebbero probabilmente dovuto pensare ad un motore grafico diverso, ma non mi voglio addentrare in tecnicismi inutili al momento;

Errore #2  

Errore #2

 

ciò non toglie che l'esperienza di gioco risulta appagante in singolo, piacevole in multiplayer, comincia a diventare frustrante quando entri in zone dove il livello dei nemici è superiore al tuo, li il numero delle morti comincia a diventare incalcolabile, con annesse imprecazioni al seguito.

 

Ci saranno 3 espansioni future da qui a Natale, ad aprile implementeranno la funzione dei Raid di gruppo, ovvero delle incursioni contro nemici inumani fatte in gruppo, stile World of Warcraft, vedremo se questo riuscirà a completare il poco endgame che il titolo presenta.


Detto questo, ci si becca online, Agenti, la Divione ci attende!


Lorenzo Ferrari

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A me gli occhi!

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A me gli occhi!

Gli occhi sono lo specchio dell'anima. Quante volte abbiamo sentito questa citazione. 
Nell'attimo in cui osserviamo qualcuno, il nostro sguardo va direttamente ai suoi occhi nel tentativo di comprendere chi sia e quali siano le sue intenzioni in quel preciso istante. 
Gli occhi, in maniera misteriosa, ci lasciano percepire verità e nello stesso tempo lasciano sfuggire le nostre.

Si può mentire con la bocca, ma con l’espressione e lo sguardo si dice sempre la verità.

Gli occhi sono la parte anatomica più affidabile ed indicativa del linguaggio corporeo, poiché le pupille sono incontrollabili a livello di conscio e rappresentano un punto focale del corpo.

Le pupille si contraggono o si dilatano in base all’emozione che stiamo provando in quel momento e con un po’ di attenzione possiamo capire come una persona si sente veramente.

Uno sguardo, si dice, vale più di mille parole.

 In effetti, con gli occhi non solo guardiamo, ma comunichiamo stati d’animo e manifestiamo il nostro carattere.

 Insomma, nel profondo degli occhi c’è davvero tutta l’anima di una persona.

Grazie all’importanza ricoperta da questa parte del nostro corpo, anche nell’arte il tema è stato analizzato e proposto nel corso dei secoli.

Dovrei partire addirittura dalla civiltà egizia se volessi essere precisa e spiegarvi il significato degli occhi nella storia dell’arte, ma visto che non voglio assolutamente annoiarvi ho scelto alcuni dei miei artisti preferiti e vi proporrò le loro opere più belle riferite a questo meraviglioso “mondo”.

L’occhio è il pezzo forte di Rene Magritte,  il cui iride diventa il cielo oppure scruta dal centro di un’omelette.

Odilon Redon lo fa diventare una mongolfiera pronta ad esplorare nuovi mondi.

Che dire poi degli enigmatici occhi della Gioconda, il cui sguardo risulta ancora oggi indecifrabile.

Modigliani invece spesso dipingeva gli occhi vuoti e senza le iridi e diceva: “Quando conoscerò la tua anima dipingerò i tuoi occhi“.

E poi Van Gogh, che negli autoritratti focalizza nei suoi occhi tutto il suo dramma esistenziale.

Klimt  nel suo “Bacio” dipinge in modo sognante e innamorato gli occhi della donna immersa in quel caldo abbraccio.

il_bacio_klimt_2.jpg

Occhi fantasiosi, occhi tristi, occhi innamorati, occhi enigmatici: emozioni che passano attraverso questa piccola parte del nostro corpo e queste opere ne sono solo un piccolo esempio.

L’obiettivo di questo articolo è di farvi porre l’attenzione sugli infiniti meccanismi che si celano dietro ai nostri occhi e, perché no, in questo modo possiamo essere tutti un po’ più consapevoli del loro potere.

A presto,

Valentina Poerio

 

 

“Vuoi davvero lasciare ai tuoi occhi solo i sogni che non fanno svegliare?”

Fabrizio de Andrè

 

 

Credits:

wikipedia.com

goarte.it

wahooart.com

Foto di copertina: Mattia John Oliver Corbetta

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ACCIDENTALLY IN WORDS

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ACCIDENTALLY IN WORDS

Cari lettori di Forge,

questo mese vorrei spezzare una lancia a favore del popolo britannico.

Vivo qui ormai da sei mesi e ho avuto il piacere di mangiar in diversi pub, assaporando diverse specialità locali molto buone.

Nonè sempre vero che in Inghilterra si mangia male e che gli Inglesi non sanno cucinare!!

Proprio lo scorso weekend erano qui con noi i nonni italiani e siamo andati a pranzo fuori, al Tilbury Pub in Datchworth.

Io ho scelto un super double cheeseburger, con bacon croccante e patatine fritte. La carne nei pub è sempre molto buona e qui , in particolare, è di alta qualità; infatti le due hamburger nel mio panino erano spettacolari.

Ho assaggiato anche gli antipasti che hanno preso i genitori e i nonni, ad esempio il salmone marinato era fresco e si scioglieva in bocca.

Le porzioni dei piatti principali, che per noi sarebbero i secondi di carne o pesce, sono molto generose: la fish cake con dentro merluzzo e molluschi era immensa e anche la torta salata di selvaggina che aveva ordinato la nonna sembrava per due!

Siamo stati tutti molto soddisfatti e alla fine abbiamo scelto anche dei dolcetti molto interessanti: marsh mallow fatto in casa con uva ghiacciata e pistacchi caramellati mentre io ho optato per il mio preferito: bread and butter pudding. Si tratta di un dolce a base di pane, inondato di burro fuso, uvetta e spezie. Semplicemente delizioso!!

Ma questa è solo l’introduzione di ciò che potete assaporare se vi recate in un pub inglese.

Assolutamente non potete non assaggiare almeno una volta una pie: torta salata con ripieno di carne o pesce, topping di puré di patate o racchiusa in crosta di impasto croccante tipo brisèe. 

La mia preferita è la chicken pie: ripieno a base di pollo marinato e poi cotto in modo da renderlo tenero, sormontata da cremoso purè di patate oppure racchiusa in una crosta croccante di impasto.

Il papà british delle bimbe è un cuoco eccezionale e poco tempo addietro ha preparato una fish pie suprema, con ripieno di merluzzo affumicato, salmone fresco, calamari, cozze, gamberi (e il resto del set della Sirenetta..) tutto amalgamato con una specie di crema di formaggio. Ovviamente quando mi ha detto che aveva mescolato pesce e formaggio mi si sono arricciate le gengive, ma alla fine ne ho mangiata mezza terrina perché era celestiale. Incredibile , ma l’accostamento con la crema di formaggio e il ripieno di pesce era molto bilanciato e il gusto estremamente delicato.

Good job, Daddy!

Queste sono solo due delle innumerevoli pie che potete gustare in Inghilterra: credo che qui siano in grado di inserire qualsiasi cosa animale, vegetale o minerale all’interno di una torta.

Ma passiamo ad un altro piatto tradizionale: il Sunday roast, che a me piace di manzo, con annesso Yorkshire pudding e inondati di gravy.

Non potete non ordinare un roast beef al pub, soprattutto di domenica! Vi dico che ci ho messo più di un’ora per magiare tutto quello che avevo nel piatto che mi hanno portato. C’ erano cinque spesse fette di carne cotte alla perfezione, un contorno di verdure scottate (broccoli, zucchine, fagiolini, carote, piselli..), le patate e le parsnip arrosto (una specie di carota bianca dal sapore dolciastro che in Italia non si trova), una jacket-potato (patata al forno cotta intera con la buccia, che viene poi aperta e farcita con burro), lo strano Yorkshire pudding che sostituisce il pane e la gravy di condimento (una specie di salsa ottenuta da un brodo ristretto). Vorrei darvi qualche informazione in più riguardo a questo particolare pudding: si tratta di pastella composta da uova latte e farina, cotta in forno a temperatura alta e abbondantemente unta di burro (agli inglesi il burro piace molto evidentemente..). il risultato è una specie di muffin croccante fuori e morbido dentro che si scioglie in bocca e perfetto da intingere nella gravy.

Se fate un viaggio nello UK dovete assolutamente godervi una pausa pomeridiana con tè e scones.

Questi dolcetti sono perfetti come merenda ( o nel mio caso come colazione) e riescono ad essere squisiti anche se molto semplici. Si tratta di un impasto burroso e ricco di lievito e bicarbonato, così da facilitarne la lievitazione. Esistono diverse varianti arricchite con uvetta, lamponi, arancia, mirtilli e la tradizione prevede che vengano tagliati a metà e farciti con clotted cream e marmellata.

A me personalmente piacciono senza niente e vi consiglio anche la versione salata al formaggio, come alternativa al pane, per un ottimo pranzo veloce.

Cari amici queste sono essenzialmente le prelibatezze anglosassoni che ho provato fino ad oggi.

Sono curiosa di sapere cosa ne pensate e se avete qualche piatto speciale da suggerirmi non esitate a commentare!

Lascio la parola alle mie colleghe Infrigo Veritas, che sicuramente sono più ferrate in materia e possono darvi ulteriori consigli e magari anche qualche gustosa ricetta..

See you soon, Forgini!

Silvia SISSY Castello

 

 

 

 

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Sogni d'egocentrismo

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Sogni d'egocentrismo

Come definire la personalità, la vita e soprattutto la visione artistica di un personaggio, un titano quale Alfred Stieglitz?

Ma prima, chi fu Alfred Stieglitz? Fu uno dei principali fautori della separazione della fotografia dal semplice ambito del reportage, inaugurando la stagione ancora oggi feconda della fotografia artistica.

Studia ingegneria meccanica all'Università di Berlino e inizia a scattare le sue prime fotografie in giro per l'Europa non ancora ventenne. Egli considerò sempre questi anni giovanili come i suoi migliori e i più determinanti per la scoperta della fotografia.

Nel 1884 vince il primo premio al concorso indetto dalla rivista londinese Amateur Photographer. Nel 1890 rientra a New York dove crea con altri soci la Photochrome Engraving Company, una stamperia di fotoincisione e stampa il giornale American Amateur Photographer (1893-1896). Nel 1897 fonda un altro giornale, Camera Notes, organo del Camera club di New York, dove espone per la prima volta nel 1899. Nel 1902 forma il gruppo dei "Foto Secessionisti" e apre le prime sue gallerie, dove espongono fotografi fortemente influenzati dai pittorialisti europei e l'anno dopo fonda e dirige una nuova rivista, Camera Work (di cui usciranno numeri fino al 1917).

Nel 1905 apre insieme al fotografo Edward Steichen la Galleria 291 di Fifth Avenue (New York) che chiuderà 12 anni più tardi. Dopo la chiusura della 291 e l'ultimo numero di Camera Work, Stieglitz apre altri due spazi: la Intimate Gallery nel 1925 e la An American Place nel 1929. In questi spazi ospiterà fino alla sua morte avvenuta nel 1946, qualsiasi forma d'arte, dalla scultura alla grafica.

Stieglitz è una figura fondamentale per la fotografia mondiale e per l'arte americana perché grazie alle sue attività editoriali e alle numerose gallerie dirette è stato un punto di contatto tra gli artisti del nuovo continente e quelli europei e un ottimo divulgatore per il grande pubblico a cui ha raccontato, con grande efficacia, il movimento delle avanguardie artistiche. Continuerà sempre la ricerca fotografica, anche oltrepassando, a partire dal 1907, il pittorialismo stesso. Si considerino, ad esempio, the Steerage (il ponte di terza classe) del 1907 e l'evoluzione raggiunta con la serie Equivalents (scatti ritraenti delle nuvole, rappresentate come 'equivalenti' appunto degli stati d'animo) alcuni anni più tardi. Nel 1924 sposa la pittrice Georgia O'Keeffe. Nel 1937 scatta le sue ultime fotografie. Muore nel 1946 nella sua New York

Non è così frequente che un fotografo affidi a un suo scatto una sorta di summa del suo percorso artistico. Alfred Stieglitz, che dell’arte fotografica è stato uno dei primi grandi esponenti, amava ricordare l’immagine che vi presento oggi come la migliore da lui mai prodotta. Giunse ad affermare, poco prima di essere chiamato Lassù dove immagino stia scattando fotografie con panorami mozzafiato:

“Se si perdessero tutte le mie foto e io fossi ricordato solo per Il ponte di terza classe, sarei soddisfatto”
Prima di goderci questa immagine storica, un minimo di contesto. Da un punto di vista storico, la fotografia stava attraversando un momento delicato: era schiacciata fra i pittorialisti, che le conferivano dignità solo accompagnandola a larghe modifiche pittoriche, è una generazione di nuovi artisti intenti a cercare di comprenderne e svilupparne l’unicità. Il buon Stieglitz si trovava sulla SS Kaiser Wilhelm II, uno dei più lussuosi transatlantici in viaggio per il globo in quel benedetto 1907. Viaggiava naturalmente in prima classe, e altrettanto naturalmente munito di macchina fotografica (una RB Auto Graflex) e di sguardo esploratore. All’improvviso, una scena perfetta si cristallizzò davanti al suo sguardo: le famiglie che viaggiavano in terza classe erano uscite a prendere un po’ di aria sul ponte, è solo una passerella le divideva dai più fortunati. Corsa in cabina a premere la Graflex, preghiera che nulla sia cambiato e… Click.

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