Come già annunciato nel numero di gennaio, questo mese vorrei raccontarvi l’architettura di un nostro grande progettista italiano. L’elemento più sorprendente della produzione di Renzo Piano è la  molteplicità dei lavori realizzati: edifici di diverse tipologie che comprendono la più grande varietà di forme , di materiali e di strutture legati da un sottile fil rouge di un percorso di crescita che ha trasformato, passo dopo passo il figlio di un costruttore in un vero architetto.

Nel corso degli anni, Piano sottolinea la sua alternanza di modelli espressivi nei suoi più im- portanti lavori, infatti egli passa dalla forma di guscio allungato in acciaio inossidabile del gi- gantesco aeroporto di Kansai (1988-1994) ad una facciata lineare in terracotta del complesso di residenze di Rue de Meaux a Parigi ( 1987 – 1991), dal massivo stadio di San Nicola di Bari con strutture a sbalzo di cemento (1987 -1990) a una serie di monumentali schermi in mogano detti  “Kivas” del Centro Culturale Tjibaou in Nuova Caledonia (1991-1998).

Lungo tutto l’arco della sua carriera, il modello di Renzo Piano è stato quello di realizzare un’architettura senza limiti in cui al centro si pone l’uomo visto come “faber”, ovvero come individuo del fare la cui nascita deriva dalla cultura del costruire da cui la sua famiglia proviene. Trovo molto interessante il suo modo di mostrare ai giovani l’architettura; per lui è come un’ avventura in un un’isola poco esplorata, infatti l’architetto genovese ha solo costruito senza mai insegnare come professore ex cattedra; i suoi due studi ne sono la prova vivente, uno è situato a Vesima vicino a Genova e l’altro nel cuore di Parigi vicino al Beaubourg, (suo edificio simbolo costruito negli anni 70 interamente dedicato all’arte) sono visti come delle piccole botteghe, proprio come quelle rinascimentali dove l’architetto è ancora considerato soprattutto artigiano, colui che sa associare la pratica all’arte del discorso. I giovani, all’in- terno dei due uffici-laboratori partecipano ad ogni fase di un’ opera sia lavorando con le mani che con la testa; anche chi lavora al computer, risponde al telefono, disegna la fase preliminare di un progetto, o intaglia nel legno un edificio di un modellino sa alla fine riconoscere nel manufatto completo il suo ruolo, grande o piccolo che sia.

Penso che sia molto interessante l’approccio educativo adottato da Piano, infatti è dal veder realizzata ogni singola parte del progetto che si può capire tutti i processi costruttivi e alla fine apprezzare veramente l’architettura presentata e non guardata solamente dal velo illusorio di una rivista specializzata dove tutto è lindo e perfetto.

L’architettura che sa veramente comunicare emozioni è quella vissuta dai sui fruitori che la giudicano, la sporcano, la valorizzano e ne sottolineano i suoi pregi e i suoi difetti.
E con questi pensieri nella mente, il noto architetto genovese lo scorso dicembre posa la prima pietra per la costruzione della Città della salute che sorgerà nel comune di Sesto San Giovanni all’interno dell’Ex area manifatturiera Falck.
Il progetto consentirà di ospitare fino a 15.000 residenti e creerà circa 3.500 posti di lavoro nei prossimi 15 anni.

Nell’area verranno ospitati, quando la riqualificazione verrà completata, il centro neurologico Besta e l’istituto dei Tumori di Milano.

Il progetto è concepito come uno schema urbano aperto articolato in Unità che a loro volta si articolano tra di loro per costituire i nuovi quartieri legati tra di loro da una struttura viaria che a volte riprende assi già esistenti mentre altre volte seguono un nuovo disegno di completamento o di nuova impostazione.

Piano definisce il suo progetto molto articolato in- fatti ha dovuto recuperare il meglio da due diversi modi di concepire gli ospedali: uno è il modello ottocentesco fatto di padiglioni che triplicando le strutture di servizio offrono una maggiore umanizzazione della degenza e l’altro è quello novecentesco dei policlinici, megastrutture che accorpano tra di loro servizi e reparti migliorando di conseguenza la funzionalità; egli pensa a un “luogo della guarigione” dove vengono riunite strutture tecni- che e sale operatorie e dove si intrecciano servizi al pubblico con spazi verdi in modo da garantire migliori risultati.

Si conta di destinare 400.000 mq a parco urbano, di piantare più di 10.000 alberi e di lasciare uno spazio per un grande orto in modo da poter produrre ortaggi e frutta.
Accanto alla città della Salute Verrà costruita la nuova stazione d Sesto San Giovanni e sarà una stazione a ponte dove passerà sia la linea ferroviaria e sia quella metropolitana.

Gli edifici industriali, che negli anni passati erano il motore della società, tornano oggi ad esse- re i veri protagonisti della scena, per alcuni di questi edifici sono previste rifunzionalizzazioni mirate finalizzate ad attività pubbliche o di interesse pubblico: biblioteca/mediateca, spazi di pratica sportiva, complessi scolastici, contenitori per spettacoli, per l’arte e per grandi eventi. A mio avviso, in questo momento di tagli feroci sulla cultura e sulla sanità può nascere il più grande progetto sanitario italiano, in modo da poter continuare a mantenere alti livelli nel campo della neurologia, e neurochirurgia; inoltre trovo che tecnologia e cura medica rappre- sentino universi sempre più complessi ed in futuro dovranno esserlo sempre di più in modo da far collaborare al meglio professionisti qualificati come: medici, biologi, esperti nel campo biomedico, informatici, ingegneri ed architetti.

 

Tiziano Zerbo

Comment