Mi dispiace dover tradire ancora le aspettative di chi, come forse anche me stesso, vogliono leggere di grandi autori, di nomi illustri della fotografia, i cosiddetti maestri.

Invece siamo qui, al terzo numero e ancora non se ne vede traccia!

Il motivo? Molto semplice: come vi avevo già accennato nel primo numero, il mondo moderno non è fatto solo di grandi maestri, di personaggi epocali che hanno cambiato per sempre la fotografia, ma è fatto anche di piccoli e grandi uomini e donne, che con semplici e simpatiche idee, lavorano ogni giorno per donarci una nuova visione del mondo, attraverso le loro opere e la loro mente.

Questa volta, lasciamo spazio ad un uomo che possiede molte doti, di cui la più importante è sicuramente quella di model maker, che viene messa al servizio della fotografia tramite l’uso di prospettiva ed immaginazione!


Ho avuto il piacere di poter comunicare direttamente con il protagonista della nostra storia e ho amato ogni frase di quello che ci siamo scritti. Con mio grande piacere che vado ora ad introdurvelo.


Michael Paul Smith, statunitense nato nella città soprannominata “steel city”, Pittsburgh in Pennsylvania, una delle capitali siderurgiche americane, nel lontano 1950, fin dalla tenera età, grazie a dei genitori protettivi, vede nascere in lui una fervida immaginazione, che si riversava nel disegno e nelle costruzioni; durante il periodo scolastico inizia a creare modellini, casa delle bambole e layouts ferroviari i quali avevano ed hanno, per parola sua, un effetto ipnotico su di lui.


All’età di 33 anni, si dedica alla creazione di pubblicità come art director e questo gli causa un attacco cardiaco, che lo costringe a lasciare questa professione; tuttavia questa sventura non ferma il giovane Michael, che decide di dedicarsi in modo professionale, facendo della sua passione un lavoro, al modellismo: cerca ed ottiene un lavoro presso una piccola compagnia nell’area di Boston come model maker.

Fin dall’età di 10 anni partecipa a mercatini e svendite “da garage” (come chiameremmo noi le yard sales) che gli consentirono di accumulare una grande quantità di oggetti del passato, in aggiunta alla collezione di modellini in metallo di autovetture e furgoni, iconici per ogni aspetto della vita americana del ventesimo secolo.

Grazie a questa raccolta minuziosa di frammenti di storia americana, Michael si è reso conto di poter creare versioni miniaturizzate della “american life” costruendo versioni ridotte degli edifici per unirli alla collezione di veicoli in metallo.

Ogni edificio nasce quindi da un attento studio, in modo che esso rappresenti il prototipo di edificio per ogni epoca che Michael vuole riprodurre, partendo da una serie di schizzi che definiscono gli elementi più importanti.

La base per la costruzione degli edifici è il gatorboard, un sottile film di schiuma schiacciato tra due fogli di carta patinata in resina; questo materiale molto leggero e resistente è la base per gli edifici in quanto facile da tagliare e pitturare. Non avendo un laboratorio, Michael usa per questa fase pochi attrezzi manuali tra cui coltelli, righelli un piano da levigatura e poco altro.


Tenendo ben a mente le parole di un modellista per cui lavorò (se non puoi farlo in modo convincente, non farlo affatto!), il sig. Smith iniziò a lavorare sui particolari, curando minuziosamente ogni più piccolo aspetto: locandine, pozzanghere, neve, luci, effetti e riflessi, colori.. Tutto doveva e deve essere perfetto perché l’occhio umano non recepisca “l’inganno”.

Gli esempi di pioggia e neve sono particolarmente interessanti: per la neve è stato scelto il bicarbonato di sodio (tra i candidati anche talco, farina, sale, zucchero) perché aveva le giuste proporzioni, i giusti riflessi e per il modo di “sciogliersi” lungo le superfici in pendenza; stessa cosa per la pioggia, in quanto una vera goccia d’acqua sarebbe stata enormemente fuori scala, ma creando pozzanghere lungo i bordi delle strade e lucidando le carrozzerie con cere si otteneva l’effetto desiderato.


Ora passiamo ad analizzare il fattore fotografico: ad ammissione stessa di Smith, lui non è un fotografo, egli infatti usa principalmente la luce solare e la macchina in modalità AUTO, il che rende il lavoro più facile a lui, lasciando tutto nelle mani della fotocamera, la quale gestisce luce, tempi di scatto, diaframma, ecc.

La storia fotografica di Michael inizia con una fotocamera da 3 megapixel, salendo poi negli anni fino ad arrivare ad una reflex donatagli da un amico anni fa.

La cosa più bella di tutto ciò sta nella capacità del sig. Smith di proiettarci nella sua visione, una squisita congestione di realtà e finzione curata a regola d’arte; la magia vive nella prospettiva, che dona alle miniature una sembianza realistica incorniciata da scorci di autentica vita americana.

L’uso di photoshop è quasi un tabù per Michael, che lo usa per qualche regolazione di colore e, solo ultimamente, dell’applicazione di qualche filtro vintage per rendere al meglio l’idea retrò.

 

Da una iniziale paura a mostrare il proprio lavoro, oggi Michael vanta numerose pubblicazioni, che vanno dal Times di Londra al New York Times e varie riviste automobilistiche; sono stati girati numerosi servizi dalle maggiori emittenti statunitensi e alcune sue opere sono finite in vari musei o gli è stato chiesto di prepararne ad hoc per occasioni particolari (anche se a lui non piacciono in quanto non sono immerse nel “reale” ma lo sfondo sono grosse stampe).

Voglio concludere con una cosa che mi ha toccato nel profondo, una sorta di empatia tra persone che amano quello che fanno: le centinaia di strutture che ha realizzato sono stipate in scatole, per problemi di spazio, senza troppe protezioni o accorgimenti; alla domanda che gli rivolgono spesso “ma perché non li proteggi o li esponi come si deve” lui risponde che per lui sono come vecchi amici e che sicuramente preferiscono stare così, come anche le sue macchinine, le quali ormai portano anche i segni di usura ma che egli considera come dei vecchi amici, che ne hanno passate di avventure assieme. 

 

Mattia Corbetta

 

Michael Paul Smith©

www.flickr.com/photos/24796741@N05/

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