3, the perfect number.

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3, the perfect number.

“Oh, here it goes again”

Così cantano gli Ok Go, in un turbine di rumore assordante, note sparate e storpiate all’inverosimile, accompagnate da un video demenziale ma a dir poco geniale nella sua semplicità e perfezione.

In questo modo ci affacciamo a questo terzo numero della nostra rivista, con grinta, passione, determinazione!

Ogni numero porta nuove storie e nuovi spunti di riflessione, dubbi e domande o magari solo opinioni: beh va benissimo! Se anche solo una delle nostre storie che raccontiamo, vi ha fatto riflettere, emozionare, porvi domande, aspirare a qualcosa, allora stiamo facendo il nostro lavoro dannatamente bene.

E non intendiamo smettere.

Questo numero proseguiamo nella ricerca della nostra migliore forma, introducendo, per la prima volta un nuovo redattore e quindi, una nuova rubrica dedicata al fantastico mondo NERD!

Ma è in prova quindi siate bravi con lui! O meglio, massacratelo! Ogni mazzata è uno spunto in più per crescere e migliorare.

 

Voglio chiudere questo editoriale con una richiesta che vi faccio personalmente e che spero verrà accolta: scriveteci, fateci sentire le vostre opinioni, urlateci i vostri pensieri.. potrete farlo da oggi a questo indirizzo: forgeoftalents@gmail.com

Troverete anche il modulo direttamente sul sito.

Buona lettura.

 

Mattia Corbetta

 

 

Marzo 2014

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Un piccolo viaggio, tante emozioni, Parigi..

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Un piccolo viaggio, tante emozioni, Parigi..

Romantica, passionale, affascinante…

Notre Dame, il Louvre, la Senna…

Ok ok, questa è la tipica Paris… la Città dell’amore, dell’arte…

Io vi parlo di un’altra Parigi, quella che dal 2002 ogni anno per qualche giorno ospita 17.000 cuori che battono tutti sullo stesso beat, ragazzi provenienti da ogni parte del mondo si ritrovano in questa multietnica città per condividere due grandi passioni: la danza e la cultura hip hop. 

Questo straordinario evento creato dal ballerino Bruce Ykanji si chiama Juste Debout, ed è un incontro internazionale di danze Hip Hop, chiamata "standing”, che riunisce oltre 2.500 danzatori, selezionati dopo un tour internazionale di due mesi. In 6 discipline sono rappresentati: Locking , Popping , New Style, House , Experimental e Top rock. Una giuria composta dai migliori master della danza, che dopo aver svolto il giro del mondo e aver scelto tra migliaia di ragazzi, si ritrovano la  settimana dell’evento e tra battle ed esibizioni hanno l’arduo compito di scremare ulteriormente i piedi che saliranno sull’ambito palco del Juste Debout per poi stabilire il definitivo vincitore per ogni categoria.

Io e mia sorella partiamo il 28 febbraio ore 17.10 da Linate e arriviamo all’aeroporto Paris-Charles de Gaulle alle 18.30 con Alitalia. Dopo aver fatto i biglietti per il treno (a tratta 9,25 € per info: http://www.parigi.it/it/da_roissy_charles_de_gaulle.php) che collega l’aeroporto alla Gare du Nord e aver da lì preso la metro (vi consiglio di fare il carnet da 10 biglietti), siamo arrivate all’Hotel Libertel Canal Saint Martin, 2 stelle (http://www.hotels-libertel.com/it/index.php) per lasciare i bagagli, i receptionist sono cortesi, la struttura è semplice e moderna, dotata di ascensore, la camera non è molto grande  ma organizzata, tv a schermo piatto, bollitore con tè, caffè, cioccolatini e una bottiglietta di acqua naturale in omaggio, molto gradita visto i prezzi dell’acqua a Parigi, piccoli accorgimenti che comunque non guastano, il bagno è pulito dotato di bagnoschiuma e asciugamani, wifi gratuita in tutta la struttura. Nel prezzo (circa 30 € a testa a notte) abbiamo la colazione che non è il massimo, ma comunque ben fornita, troviamo i famosi croissant, pain au chocolat, non mancano i formaggi, marmellate, latte, cereali ecc, avrebbero forse potuto renderla un pochino più internazionale, ma era comunque tutto molto buono. L’edificio è a due passi dalla fermata della metro Jaurès che offre dei buoni collegamenti sia per l’aeroporto che per il centro, è situato in una bella zona non turistica Canal Sant Martin! 

La nostra cena è stata una piacevole sorpresa alla Brasserie Le Jaures Café di fronte alla fermata della metro, dove abbiamo mangiato la famosa e buonissima Soup à l'oignon e diversi tipi di carne in un ambiente particolare, il personale estremamente gentile e disponibile, le porzioni sono abbondanti e il prezzo si aggira sui 20 € circa a testa.

Il mattino seguente, unico nostro giorno libero, siamo andate un po’ a spasso per questa affascinante città. Per noi è la terza volta a Parigi, ed io sono del parere che il modo migliore per conoscere un posto è viverlo, al di la dei monumenti, o delle attrazioni principali, entrando nelle vie più nascoste provando e curiosando senza troppe mappe e senza troppe guide,  detto questo siamo comunque  riuscite a dedicare la giornata alla Parigi culturale, gastronomica e modaiola in un solo giorno e con tutta calma, partendo dal Centre Georges Pompidou  e come non far fare a mia sorella, di 26 anni, una corsa sulla giostra vecchio stile con i cavallini posta a pochi passi dal Centre… Una capatina a Notre Dame (ingresso gratuito), attraversare il Pont des Arts il famoso ponte dei lucchetti (http://www.tripadvisor.it/ShowUserReviews-g187147-d2072995-r193262304-Pont_des_Arts-Paris_Ile_de_France.html), una visita esterna, ovviamente visto i tempi ristretti, del Louvre (http://www.parigi.it/it/acquisto_biglietti_del_louvre.php), Place de la Concorde, una passeggiata tra i mille negozi nella Avenue Des Champs Elysées, con annesse foto all’Arc de Triomphe e Tour Eiffel. 

Lo splendido edificio delle Galeries Lafayette, oltre alla moda e all’eleganza, offre la sua balconata all’ultimo piano da dove si può vedere un bellissimo panorama della città..

Ci ritroviamo alle 5 di sera a Pigalle giusto in tempo per vedere la via dei sexy shops illuminarsi dei mille neon che la percorrono ed arrivare davanti all’inconfondibile Moulin Rouge per fare qualche foto! Crepes citron sucre alla mano e via, di ritorno in hotel… la notte è giovane, e si va in uno dei club convenzionati con il Juste Debout, dove la serata sarà prettamente Hip Hop e House, il locale si chiama Les Coulisses e rimane sulla 5 rue du Mont Cenis, metro: Anvers. L’entrata varia dai 10 ai 15€ con consumazione a parte! 

La mattina seguente è per noi il gran giorno e dopo esserci prese il pranzo al sacco composto dal famoso toast croque monsieur (che vi consiglio http://ricette.giallozafferano.it/Croque-monsieur.html) e una tarte rhubarbe in una delle boulangerie sotto l’hotel, ci siamo dirette verso il nostro tanto atteso evento a Bercy… Non si possono descrivere tante emozioni in poche righe, è un evento che si può solo vivere con occhi, orecchie e cuore, quindi per chi fosse interessato  lascio il link ufficiale dell’evento (http://www.juste-debout.com/fr_FR), che a causa del rifacimento del  Palais Omnisports de Paris Bercy si rifarà  nel 2016! 

La nostra ultima sera parigina si è conclusa in un altro Club Le Ponton Concrete 69, Port de la Rapee 75012 Paris, l’entrata varia dalla serata 10\15 € sempre consumazione a parte.

Un piccolo e concentrato viaggio, che come sempre regala attimi indimenticabili ed indelebili! 

“La più grande quantità di tempo sprecato è il tempo in cui non ci si è messi in viaggio.”

 (Dawson Trotman)


Giorgia Fusi


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REFASHIONING

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REFASHIONING

Come anticipato nel secondo numero parleremo di Refashioning.


Per chi non avesse mai sentito questa parola e si stesse chiedendo che cosa sia il refashioning, ebbene il nome corretto è Wardrobe Refashioning: si tratta di dare nuova vita a capi d’abbigliamento che non vengono più usati, in parte magari rovinati  o semplicemente delle stagioni passate. Ormai viene considerata un’arte, poiché basta un po’ di ingegno, di creatività e sicuramente un goccio di gusto estetico!!


Questo nuovo fenomeno nasce nei paesi anglosassoni e viene poi associato al baratto, il cosiddetto swapping, grazie alla catena israeliana ‘Swap-O-Rama-Rama’ dove si possono scambiare vestiti e accessori. Parlando del nostro Paese, invece, possiamo fare riferimento all’Atelier del Riciclo di Milano, punto di riferimento per il refashioning, l’eco-trend e lo swapping. Anche a Biella esiste una giovanissima realtà come questa, grazie a Hobo, dove si può barattare e trovare abiti vintage di tutto rispetto: chi fosse interessato può andare a cercarlo su facebook come Hobo On & Offline Shop.

La filosofia su cui si fonda il Refashioning è il riuso e il non spreco, che viene in aiuto al periodo di crisi economica, ma si sa che proprio nelle situazioni più impegnative si può dar vita a grandi idee, poiché siamo sospinti da un forte senso di sopravvivenza, da qui poi possono nascere appunto le mode.


Per chi non fosse ancora convinto che oramai il refashioning sia una cosa utile e di moda, poiché il riutilizzo di abiti vecchi è sempre stato visto come una declassificazione delle persone che li indossano, sinonimo di povertà, vi porto un esempio che potrebbe far vedere questo fenomeno da un nuovo punto di vista.


Ad un’edizione della notte degli Oscar di Los Angeles la moglie di Colin Firth, vincitore della statuetta come miglior attore, indossò un abito riciclato, un insieme di 3 abiti lo componevano, ed ecco come anche il refashioning è approdato sul red carpet, emblema del glamour!


Dalla mia personale esperienza posso dire che potremmo seguire delle linee guida per far sì che l’abito trasformato non risulti poi insignificante ovvero: utilizzare capi d’abbigliamento il cui tessuto non sia logoro, usurato, inoltre che la stoffa non stinga durante il lavaggio!


Per chi avesse voglia di provare a sbizzarrire la sua fantasia, su youtube si trovano tanti divertenti video di riciclo e riutilizzo degli abiti: potrete dare così un contributo al vostro portafoglio  e al pianeta!!

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Tutta questione di prospettiva.

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Tutta questione di prospettiva.

Mi dispiace dover tradire ancora le aspettative di chi, come forse anche me stesso, vogliono leggere di grandi autori, di nomi illustri della fotografia, i cosiddetti maestri.

Invece siamo qui, al terzo numero e ancora non se ne vede traccia!

Il motivo? Molto semplice: come vi avevo già accennato nel primo numero, il mondo moderno non è fatto solo di grandi maestri, di personaggi epocali che hanno cambiato per sempre la fotografia, ma è fatto anche di piccoli e grandi uomini e donne, che con semplici e simpatiche idee, lavorano ogni giorno per donarci una nuova visione del mondo, attraverso le loro opere e la loro mente.

Questa volta, lasciamo spazio ad un uomo che possiede molte doti, di cui la più importante è sicuramente quella di model maker, che viene messa al servizio della fotografia tramite l’uso di prospettiva ed immaginazione!


Ho avuto il piacere di poter comunicare direttamente con il protagonista della nostra storia e ho amato ogni frase di quello che ci siamo scritti. Con mio grande piacere che vado ora ad introdurvelo.


Michael Paul Smith, statunitense nato nella città soprannominata “steel city”, Pittsburgh in Pennsylvania, una delle capitali siderurgiche americane, nel lontano 1950, fin dalla tenera età, grazie a dei genitori protettivi, vede nascere in lui una fervida immaginazione, che si riversava nel disegno e nelle costruzioni; durante il periodo scolastico inizia a creare modellini, casa delle bambole e layouts ferroviari i quali avevano ed hanno, per parola sua, un effetto ipnotico su di lui.


All’età di 33 anni, si dedica alla creazione di pubblicità come art director e questo gli causa un attacco cardiaco, che lo costringe a lasciare questa professione; tuttavia questa sventura non ferma il giovane Michael, che decide di dedicarsi in modo professionale, facendo della sua passione un lavoro, al modellismo: cerca ed ottiene un lavoro presso una piccola compagnia nell’area di Boston come model maker.

Fin dall’età di 10 anni partecipa a mercatini e svendite “da garage” (come chiameremmo noi le yard sales) che gli consentirono di accumulare una grande quantità di oggetti del passato, in aggiunta alla collezione di modellini in metallo di autovetture e furgoni, iconici per ogni aspetto della vita americana del ventesimo secolo.

Grazie a questa raccolta minuziosa di frammenti di storia americana, Michael si è reso conto di poter creare versioni miniaturizzate della “american life” costruendo versioni ridotte degli edifici per unirli alla collezione di veicoli in metallo.

Ogni edificio nasce quindi da un attento studio, in modo che esso rappresenti il prototipo di edificio per ogni epoca che Michael vuole riprodurre, partendo da una serie di schizzi che definiscono gli elementi più importanti.

La base per la costruzione degli edifici è il gatorboard, un sottile film di schiuma schiacciato tra due fogli di carta patinata in resina; questo materiale molto leggero e resistente è la base per gli edifici in quanto facile da tagliare e pitturare. Non avendo un laboratorio, Michael usa per questa fase pochi attrezzi manuali tra cui coltelli, righelli un piano da levigatura e poco altro.


Tenendo ben a mente le parole di un modellista per cui lavorò (se non puoi farlo in modo convincente, non farlo affatto!), il sig. Smith iniziò a lavorare sui particolari, curando minuziosamente ogni più piccolo aspetto: locandine, pozzanghere, neve, luci, effetti e riflessi, colori.. Tutto doveva e deve essere perfetto perché l’occhio umano non recepisca “l’inganno”.

Gli esempi di pioggia e neve sono particolarmente interessanti: per la neve è stato scelto il bicarbonato di sodio (tra i candidati anche talco, farina, sale, zucchero) perché aveva le giuste proporzioni, i giusti riflessi e per il modo di “sciogliersi” lungo le superfici in pendenza; stessa cosa per la pioggia, in quanto una vera goccia d’acqua sarebbe stata enormemente fuori scala, ma creando pozzanghere lungo i bordi delle strade e lucidando le carrozzerie con cere si otteneva l’effetto desiderato.


Ora passiamo ad analizzare il fattore fotografico: ad ammissione stessa di Smith, lui non è un fotografo, egli infatti usa principalmente la luce solare e la macchina in modalità AUTO, il che rende il lavoro più facile a lui, lasciando tutto nelle mani della fotocamera, la quale gestisce luce, tempi di scatto, diaframma, ecc.

La storia fotografica di Michael inizia con una fotocamera da 3 megapixel, salendo poi negli anni fino ad arrivare ad una reflex donatagli da un amico anni fa.

La cosa più bella di tutto ciò sta nella capacità del sig. Smith di proiettarci nella sua visione, una squisita congestione di realtà e finzione curata a regola d’arte; la magia vive nella prospettiva, che dona alle miniature una sembianza realistica incorniciata da scorci di autentica vita americana.

L’uso di photoshop è quasi un tabù per Michael, che lo usa per qualche regolazione di colore e, solo ultimamente, dell’applicazione di qualche filtro vintage per rendere al meglio l’idea retrò.

 

Da una iniziale paura a mostrare il proprio lavoro, oggi Michael vanta numerose pubblicazioni, che vanno dal Times di Londra al New York Times e varie riviste automobilistiche; sono stati girati numerosi servizi dalle maggiori emittenti statunitensi e alcune sue opere sono finite in vari musei o gli è stato chiesto di prepararne ad hoc per occasioni particolari (anche se a lui non piacciono in quanto non sono immerse nel “reale” ma lo sfondo sono grosse stampe).

Voglio concludere con una cosa che mi ha toccato nel profondo, una sorta di empatia tra persone che amano quello che fanno: le centinaia di strutture che ha realizzato sono stipate in scatole, per problemi di spazio, senza troppe protezioni o accorgimenti; alla domanda che gli rivolgono spesso “ma perché non li proteggi o li esponi come si deve” lui risponde che per lui sono come vecchi amici e che sicuramente preferiscono stare così, come anche le sue macchinine, le quali ormai portano anche i segni di usura ma che egli considera come dei vecchi amici, che ne hanno passate di avventure assieme. 

 

Mattia Corbetta

 

Michael Paul Smith©

www.flickr.com/photos/24796741@N05/

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Serie TV di qualità: quando il piccolo schermo imita il Cinema (articolo spoiler free)

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Serie TV di qualità: quando il piccolo schermo imita il Cinema (articolo spoiler free)

Da qualche anno mi sono appassionata alle serie televisive. 

Adatte ad un pubblico sempre più “mordi e fuggi”, le serie tv stanno vivendo un periodo molto positivo. Da amante di un certo tipo di cinema, sono attratta da quelle serie che non si limitano a sfornare episodi senza pensare alla qualità, ma che in qualche modo tentano di ricreare sul piccolo schermo la magia del cinema. 

Da adolescente ero presissima da Friends, poi sono passata a Desperate Housewives, ma è con Lost che sono entrata nel vortice della serialità televisiva. L'ho snobbato per anni, ma appena mi sono sbagliata a vedere la prima puntata, sono corsa a comprare tutti e sei le stagioni.

Questo perchè Lost utilizza strategie molto efficaci per “agganciare” lo spettatore: ogni puntata si chiude con un cliffhanger  (letteralmente “rimasto appeso ad un precipizio”), ovvero una brusca interruzione in corrispondenza di un colpo di scena o di un momento di forte suspence. Un'altra novità introdotta da Lost sono i flash che permettono di approndire le storie dei vari personaggi: non solamente flashback, ma anche flashforward (anticipazione di un evento successivo al tempo della narrazione) e addirittura flash sideways (mostrare due realtà parallele). Non sono tra i fan del finale di Lost, ma devo comunque ammettere che, nonostante gli enigmi irrisolti, è una serie ben fatta che merita di essere vista. Considerata una delle serie tv statunitensi di maggiore successo, insieme a Desperate Housewives e a Grey's Anatomy, la serie ideata da J. J. Abrams è anche una delle produzioni più costose nella storia della televisione.

Seguo fin dall'inizio The big bang theory, splendida sitcom su un gruppo di nerd fisici (lo confesso, il mio preferito è Howard Wolowitz) che ha retto benissimo per cinque stagioni, perdendo purtroppo colpi nelle successive (attualmente è in corso la settima).

Anche se sono la prima ad essere affezionata ai personaggi (essendo fidanzata con un fisico, mi sono sentita molto spesso la Penny della situazione), penso sia meglio chiudere la serie prima di esaurire completamente le idee... 

 

Non posso non parlare di The Walking Dead, che ha riportato in auge il tema zombie, ispirandosi liberamente all'omonima serie a fumetti: la puntata pilota, diretta da Frank Darabont, mi ha davvero esaltato, e la prima stagione ha completamente catturato la mia attenzione.

Purtroppo, nelle stagioni successive il mio interesse è calato progressivamente: i personaggi sono diventati noiosi o insopportabili, la trama ha perso ritmo e spesso anche filo logico. Se amate il genere zombie, vi consiglio due miniserie decisamente più inquietanti: In the flesh e Dead set, quest'ultima ambientata all'interno della casa del Grande Fratello! 

Anch'io sono entrata nel giro di Game of Thrones, che ha il grande merito di avermi fatto apprezzare il fantasy, genere che non amo particolarmente. Trasposizione del ciclo di romanzi Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R. R. Martin, la serie è basata sul tema senza età della conquista del potere, e forse a questo è dovuta parte del suo successo.

Il compiacimento nel mostrare scene di sesso e corpi nudi ha sicuramente giovato alla fidelizzazione degli spettatori più curiosi, ma la qualità della serie  si misura su altro, a partire dall'ottima scelta del cast, fino alla cura maniacale di ogni particolare nella scenografia e nei costumi, alla scelta delle meravigliose locations (le scene sono state girate tra l'Irlanda del Nord, la Scozia e Malta), oltre alla famosissima sigla d'apertura, che mostra i diversi luoghi che verranno mostrati nella puntata in corso, come una virtual map animata. I fan della serie sono in fibrillazione per l'inizio imminente della quarta stagione, previsto per il 6 aprile.

Scoperta per caso in un pomeriggio di noia, Breaking Bad è la serie tv che ho amato di più in assoluto e che consiglio a gran voce a chiunque, a costo di rendermi insopportabile. Walter White (interpretato da un magnifico Bryan Cranston) è un professore di chimica la cui esistenza viene sconvolta dalla diagnosi di un cancro terminale, e che decide di assicurare un futuro alla sua famiglia cominciando a produrre metanfetamina “di qualità” con l'aiuto del suo ex allievo Jesse Pinkman (interpretato dalla rivelazione Aaron Paul).

L'idea del suo creatore, Vince Gilligan, era quella di realizzare una serie in cui il protagonista diventasse  l'antagonista: “Vogliamo che le persone si domandino per chi fare il tifo, e perché”. Da qui la scelta dell'espressione breaking bad, letteralmente “allontanarsi dalla retta via”.

Il tema della colpa è centrale: ogni azione ha una conseguenza, una reazione, come in chimica appunto. La cosa difficile, se non impossibile, è attribuire quelle colpe: fino a dove c'entra Walt e dove invece c'è lo zampino del Fato?

La serie è stata letteralmente sommersa da premi e riconoscimenti (tra cui dieci Emmy Award, cinque Satellite Award, nove Saturn Award, due Golden Globe): il fatto è che, oltre a creare dipendenza (vi sfido a guardare un solo episodio per volta e a non finire le stagioni come fossero pop corn), offre una qualità che raramente troviamo in un prodotto televisivo. 

Nulla è lasciato al caso, come nei migliori film: dall'ottima trama, alla caratterizzazione dei personaggi (mai banali), ai dialoghi (eccellenti), ai numerosi colpi di scena (imprevedibili anche per lo spettatore più attento, e comunque coerenti all'interno della storia), all'originale colonna sonora. Non è una serie volgare (e scusate se è poco), riesce a far sorridere, piangere, riflettere e anche a raccapricciare durante le numerose scene pulp. 

Come nei migliori film, appunto: e Breaking Bad potrebbe essere davvero visto come un lungo film, il cui finale rivela notevole equilibrio e coerenza da parte dei suoi creatori. 

Ho amato questa serie dalla prima all'ultima inquadratura, e invidio chi deve ancora iniziarla, perchè ha davanti a sé cinque stagioni che cambieranno la sua percezione nei confronti delle serie tv. Assolutamente imperdibile.

In piena astinenza da Breaking Bad, ho ultimamente scoperto tre serie tv, interessanti per differenti motivi: la prima è l'irriverente Shameless, incentrata sulle vicende di una famiglia disastrata (è dissacrante, volgare ed estrema, ma regala uno sguardo interessante su una famiglia americana “alternativa”, lontana anni luce da quelle a cui ci ha abituato il piccolo schermo). E' attualmente in corso la quarta stagione.

La seconda è Orange is the new black, prima serie tv prodotta da Netflix, ambientata in un carcere femminile dove Piper Chapman sta scontando la pena  per aver aiutato la sua ex amante in traffici illeciti. La seconda stagione verrà trasmessa dal 6 giugno prossimo, e sono curiosa di scoprire se sarà interessante come la prima: pur non essendo assolutamente perfetta, riesce a dare l'idea del contrasto tra chi è dentro e chi è fuori, riuscendo a fidelizzare lo spettatore fin dai primi episodi.

L'ultima in ordine di scoperta è invece Homeland, che ho appena iniziato ma che mi sembra abbia un buonissimo potenziale (la sigla iniziale è tra le più interessanti viste finora). Ispirata alla serie israeliana Hatufim, è incentrata su di una agente della CIA convinta che il sergente Brody, ex prigioniero di guerra di Al-Qaida, possa mettere a rischio la sicurezza del Paese.

Il mondo della serialità è in continua espansione ed evoluzione (vedi il fenomeno delle web series, tra le quali si nascondono veri gioiellini), e sono sempre più numerosi gli esempi di qualità. La televisione può quindi essere un mezzo per elevare le aspettative del pubblico e soddisfare la fame di prodotti di qualità? Io credo di sì.

 

Valentina D’Amelio

 

Crediti

Lost: http://www.tvblog.it/post/25479/lost-un-anno-dopo-che-fine-hanno-fatto-i-protagonisti

The Big Bang Theory: http://www.badtv.it/2013/09/the-big-bang-theory-7-la-situazione-sentimentale-delle-coppie-protagoniste/

The Walking Dead: http://wall.alphacoders.com/by_sub_category.php?id=146203

Game of Thrones: http://www.reelgood.com.au/awesome-videos-game-of-thrones-circa-1995/ 

Breaking Bad: http://www.movieplayer.it/serietv/news/breaking-bad-peter-gould-e-vince-gilligan-sul-finale-record_26604/

Shameless: http://www.seriangolo.it/2013/01/24/shameless-us-3x01-el-gran-canon-3x02-the-american-dream/ 

Orange is the new black: http://www.readthehorn.com/lifestyle/home_videos/81137/streaming_spotlight_orange_is_the_new_black 

Homeland: http://blogs.independent.co.uk/2012/10/28/review-of-homeland-new-car-smell/ 

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A State of.. Emotions

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A State of.. Emotions

C’era una volta una pista da ballo, non troppo grande, con qualche divanetto disposto sul perimetro, un bar , 2 se il locale era abbastanza grande, e una consolle rialzata dalla quale il dj dominava sugli ospiti ed era il re della serata. Quell’odore di underground miscelato al profumo di fragola dei cocktail che si respirava una volta entrati e la nebbia artificiale delle macchine del fumo per dare un effetto riempi pista e perdersi all’interno ,creavano un atmosfera che si respirava soltanto una volta a settimana: il sabato sera. Gli artisti o Dj nel tempo hanno avuto grandi trasformazioni, sia a livello di attrezzatura che di location. Basta tornare indietro nel tempo di dieci anni per vedere i cambiamenti. La figura del disc jockey arrivava in discoteca con una borsa a tracolla, se non addirittura un trolley dal peso inimmaginabile; accendeva solitamente i due giradischi del locale ed estraeva dalla citata borsa una quantità ristretta di vinili che bastavano per coprire tutta la serata. Dal vinile si è passato dunque al cd che, sicuramente, ha giovato alla schiena di molti artisti. Il tempo pian piano è corso veloce e la tecnologia non è rimasta a guardare. L’introduzione dell’MP3 ha permesso al dj di presentarsi direttamente al locale con migliaia di brani contenuti in un'unica chiavetta USB da inserire non più nell’obsoleto giradischi ma in perfetti lettori cd digitali capaci di fare di tutto e di più. Se guardiamo il lato tecnico ce ne sarebbero ancora tante di innovazioni , ma proviamo un attimo a concentrarci sul lato della “location” o , per i comuni mortali, sul luogo dell’evento.

Siamo passati dal locale di periferia a migliaia di metri quadrati collocati in complessi fieristici o in intere vallate allestite per l’occasione; basti pensare al Tomorrowland che si tiene ogni anno in Belgio, più precisamente nella località di Boom. Ecco allora che possiamo citare i tanto rinomati festival come il Monegros, Dance Valley, Street Parade, Defqon1, Trance Energy, Tomorroworld e tanti tanti altri, musicalmente diversi ma uniti da un’unica grande  passione: La musica.

Per cui dopo essermi divulgato anche fin troppo su questo prologo, parlando nostalgicamente dei tempi passati, posso concentrarmi su un evento in particolare e spiegarvi il perché di tale scelta.

Sto parlando dell’ASOT , ovvero dell’A State of Trance. Cominciamo con calma a spiegare in cosa consiste e di come sarebbe nato. Dall’idea del dj e produttore Armin Van Buuren (5 volte Dj Numero 1 al mondo secondo Dj Mag), l’ASOT è una trasmissione radiofonica settimanale di musica Trance and progressive trasmessa per la prima volta nel 2001 arrivando ad essere mandata in onda oggi in più di 40 paesi e con un ascolto medio di 30 milioni di persone. Da questo gran successo radiofonico, Armin decide di creare ,oltre alle consuete serate da artista, un evento dedicato per riunire fans di tutto il mondo.

Nel 2011 sono state svolte le celebrazioni per il 500o episodio di A State Of Trance che si sono svolte durante 5 settimane, tra 5 diverse città: Johannesburg, Miami, Buenos Aires, Den Bosch e
Sydney. Inoltre l'evento a Den Bosch è stato il più grande evento Trance mondiale.
Armin Van Buuren, olandese di nascita, è sicuramente uno dei dj sulla cresta dell’onda nel panorama mondiale di musica elettronica e detiene il primato di Dj ad avere vinto per ben 5 volte il titolo di Dj Numero 1 al mondo (dal 2007 al 2010 e 2012) più innumerevoli premi. Sebbene quest’anno si sia classificato soltanto 2° alle spalle del collega Hardwell, Armin ha continuato a portare avanti il discorso ASOT giungendo alla 650° edizione.

Ammetto che vi sto scrivendo questo articolo con qualche lacrimuccia che scende sul viso, sia perché sono fan di tale artista che per me ha avuto un influenza molto positiva sulla mia “carriera” da dj , sia perché sono tornato da pochi giorni dall’ASOT 650 svoltosi ad Utrecht.

Ebbene si, ero presente a tale evento (come al 450 a Bratislava e al 600 a Den Bosch) e ho ancora in mente ogni singolo istante di quella serata.
Munito di biglietto deluxe ho affrontato il dancefloor dalle ore 20 del sabato fino alle ore 5.30 della domenica seguente, sentendo le mie gambe chiedere pietà.

Credetemi se vi dico che ho perso il conto degli artisti distribuiti in quattro sale differenti capaci di ospitare circa trentamila persone.
Ragazzi venuti da ogni angolo d’Europa e anche d’oltreoceano, ragazze con bandiere della propria nazionalità legate in vita, i più assurdi costumi, coppie di anziani e famiglie, tutti presenti per festeggiare il 650° episodio di una trasmissione radiofonica che ha fatto sognare, emozionare e ballare milioni di persone. Se non è amore per la musica questo. Come dicevamo poco fa la piccola discoteca non è più in grado di trasmettere quelle emozioni che può trasmettere un grande evento così, o almeno per me. Colpa sicuramente delle troppi leggi, dei gestori e dei clienti che pretendono la solita solfa ogni settimana ma che poi  emigrano per cercare emozioni forti...bah.

Ed ecco che anch’io allora prendo uno zaino e scappo via per qualche giorno in terra straniera, alla ricerca di qualcosa che mi trasmetta sicurezza e serenità. Per quelle poche ore bombardato da migliaia di watt di casse acustiche e di effetti luci io sono libero e la mia mente si svuota completamente.
Invito tutti quanti almeno una volta a provare un evento di tale importanza; non deve essere per forza l’ A State Of Trance ma quello che di più si avvicina ai vostri generi musicali (parlando sempre in ambito di Club e non di concerti) e vedrete che poi qualcosa cambierà nella vostra vita.

 

.....tu chiamale se vuoi , Emozioni !

 

Emanuele Beltrame

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Una fabbrica che diventa città

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Una fabbrica che diventa città

Come già annunciato nel numero di gennaio, questo mese vorrei raccontarvi l’architettura di un nostro grande progettista italiano. L’elemento più sorprendente della produzione di Renzo Piano è la  molteplicità dei lavori realizzati: edifici di diverse tipologie che comprendono la più grande varietà di forme , di materiali e di strutture legati da un sottile fil rouge di un percorso di crescita che ha trasformato, passo dopo passo il figlio di un costruttore in un vero architetto.

Nel corso degli anni, Piano sottolinea la sua alternanza di modelli espressivi nei suoi più im- portanti lavori, infatti egli passa dalla forma di guscio allungato in acciaio inossidabile del gi- gantesco aeroporto di Kansai (1988-1994) ad una facciata lineare in terracotta del complesso di residenze di Rue de Meaux a Parigi ( 1987 – 1991), dal massivo stadio di San Nicola di Bari con strutture a sbalzo di cemento (1987 -1990) a una serie di monumentali schermi in mogano detti  “Kivas” del Centro Culturale Tjibaou in Nuova Caledonia (1991-1998).

Lungo tutto l’arco della sua carriera, il modello di Renzo Piano è stato quello di realizzare un’architettura senza limiti in cui al centro si pone l’uomo visto come “faber”, ovvero come individuo del fare la cui nascita deriva dalla cultura del costruire da cui la sua famiglia proviene. Trovo molto interessante il suo modo di mostrare ai giovani l’architettura; per lui è come un’ avventura in un un’isola poco esplorata, infatti l’architetto genovese ha solo costruito senza mai insegnare come professore ex cattedra; i suoi due studi ne sono la prova vivente, uno è situato a Vesima vicino a Genova e l’altro nel cuore di Parigi vicino al Beaubourg, (suo edificio simbolo costruito negli anni 70 interamente dedicato all’arte) sono visti come delle piccole botteghe, proprio come quelle rinascimentali dove l’architetto è ancora considerato soprattutto artigiano, colui che sa associare la pratica all’arte del discorso. I giovani, all’in- terno dei due uffici-laboratori partecipano ad ogni fase di un’ opera sia lavorando con le mani che con la testa; anche chi lavora al computer, risponde al telefono, disegna la fase preliminare di un progetto, o intaglia nel legno un edificio di un modellino sa alla fine riconoscere nel manufatto completo il suo ruolo, grande o piccolo che sia.

Penso che sia molto interessante l’approccio educativo adottato da Piano, infatti è dal veder realizzata ogni singola parte del progetto che si può capire tutti i processi costruttivi e alla fine apprezzare veramente l’architettura presentata e non guardata solamente dal velo illusorio di una rivista specializzata dove tutto è lindo e perfetto.

L’architettura che sa veramente comunicare emozioni è quella vissuta dai sui fruitori che la giudicano, la sporcano, la valorizzano e ne sottolineano i suoi pregi e i suoi difetti.
E con questi pensieri nella mente, il noto architetto genovese lo scorso dicembre posa la prima pietra per la costruzione della Città della salute che sorgerà nel comune di Sesto San Giovanni all’interno dell’Ex area manifatturiera Falck.
Il progetto consentirà di ospitare fino a 15.000 residenti e creerà circa 3.500 posti di lavoro nei prossimi 15 anni.

Nell’area verranno ospitati, quando la riqualificazione verrà completata, il centro neurologico Besta e l’istituto dei Tumori di Milano.

Il progetto è concepito come uno schema urbano aperto articolato in Unità che a loro volta si articolano tra di loro per costituire i nuovi quartieri legati tra di loro da una struttura viaria che a volte riprende assi già esistenti mentre altre volte seguono un nuovo disegno di completamento o di nuova impostazione.

Piano definisce il suo progetto molto articolato in- fatti ha dovuto recuperare il meglio da due diversi modi di concepire gli ospedali: uno è il modello ottocentesco fatto di padiglioni che triplicando le strutture di servizio offrono una maggiore umanizzazione della degenza e l’altro è quello novecentesco dei policlinici, megastrutture che accorpano tra di loro servizi e reparti migliorando di conseguenza la funzionalità; egli pensa a un “luogo della guarigione” dove vengono riunite strutture tecni- che e sale operatorie e dove si intrecciano servizi al pubblico con spazi verdi in modo da garantire migliori risultati.

Si conta di destinare 400.000 mq a parco urbano, di piantare più di 10.000 alberi e di lasciare uno spazio per un grande orto in modo da poter produrre ortaggi e frutta.
Accanto alla città della Salute Verrà costruita la nuova stazione d Sesto San Giovanni e sarà una stazione a ponte dove passerà sia la linea ferroviaria e sia quella metropolitana.

Gli edifici industriali, che negli anni passati erano il motore della società, tornano oggi ad esse- re i veri protagonisti della scena, per alcuni di questi edifici sono previste rifunzionalizzazioni mirate finalizzate ad attività pubbliche o di interesse pubblico: biblioteca/mediateca, spazi di pratica sportiva, complessi scolastici, contenitori per spettacoli, per l’arte e per grandi eventi. A mio avviso, in questo momento di tagli feroci sulla cultura e sulla sanità può nascere il più grande progetto sanitario italiano, in modo da poter continuare a mantenere alti livelli nel campo della neurologia, e neurochirurgia; inoltre trovo che tecnologia e cura medica rappre- sentino universi sempre più complessi ed in futuro dovranno esserlo sempre di più in modo da far collaborare al meglio professionisti qualificati come: medici, biologi, esperti nel campo biomedico, informatici, ingegneri ed architetti.

 

Tiziano Zerbo

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.. e NERD fu!

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.. e NERD fu!

Ed eccoci qui pronti ad inaugurare la nuova rubrica NERD!

Oggi con precisazione prenderemo in esame due dei tre aspetti che la compongono, ovvero board games e manga/comics (eh già perché c’è un'infinità di sfumature che dividono il fumetto americano da quello giapponese),in quanto per la sezione videogames abbiamo veramente poco in uscita che tratteremo col prossimo numero!

Anticipiamo quali saranno i temi caldi.. da una parte il fantastico board game uscito circa tre mesi fa in Italia, ovvero Krosmaster Arena e dall'altra avremo sotto la lente d'ingrandimento JLA arrivato per ora al numero 2.

 

KROSMASTER ARENA

Pronti? si parte!

Krosmaster Arena è un gioco di miniature e carte collezionabili che nasce dall'universo dei Dofus e Wakfu, ovvero un mini-gioco dentro un videogioco da cui hanno tratto ispirazione per creare il nostro board game.

Come funziona?

Semplice, è un gioco molto strategico ma al contempo di facile assimilazione, le regole sono abbastanza facili da imparare e ci si mette meno a provarlo e capirlo che leggere o farsi spiegare il regolamento: sostanzialmente si può giocare una royal rumble ovvero tutti contro tutti o 2v2 a squadre, ogni player controlla dalle 3 alle 4 statuette (dipende dal livello del personaggio che sceglierete) e si hanno dei gettoni GG, i quali sono i Gradi Gloria determinanti per la vittoria finale.

Si vince sostanzialmente collezionando i gettoni GG: si parte con 3 a testa e ogni volta che si uccide un krosmaster avversario, si rubano 3 gettoni all’altro giocatore.

Un giocatore con zero GG non perde in automatico ma è, per così dire, all’ultima spiaggia, ovvero fino a quando controlla un krosmaster può ancora seminare distruzione nel campo di battaglia; morto anche l’ultimo baluardo, viene estromesso dal gioco sotto lo scherno degli altri giocatori(non è vero, ma ricorda un po’ munchkin!).

I krosmaster hanno tre stati molto semplici: vita, movimento e azione, che determinano quanto e come giocare ogni personaggino: si va dal tank con tanta vita e stra-forte in corpo a corpo, al glass cannon con poca vita ma devastante a lungo raggio, infine ai personaggi con poteri speciali di supporto ai ”bombaroli” come li chiamiamo noi, che disseminano bombe, trappole o bambole suicide per il terreno di gioco.

Ci sono poi i gettoni kama, la moneta del gioco con cui acquistare le ricompense demoniache nelle apposite caselle: le ricompense possono essere dei boost momentanei piuttosto che degli equipment che restano sempre sul PG a cui viene affidato o ancora dei boost lunghi un turno dopo il quale poi decadono.

Come accennato prima ci sono i livelli dei personaggi: contando che il livello massimo del team può essere 8, si può variare dal 4 (tipo un DIO) più 2 supporti, al più equilibrato 2+2+2+2 o al 4+3+1 molto più variato sui krosmaster broken.. Eh si, perché ci sono delle statuette che sono davvero potenti e da sole tirano le partite.

Nella confezione base (circa 50€) troviamo la plancia, 8 krosmaster,  tutti i vari segnalini ferita, azione e movimento, le carte dei krosmaster per poter giocare online (pure!) e tutto quanto il necessario per poter cominciare a menar le mani.

Poi se ovviamente vi piace e volete infognarvi ancora di più, sono in vendita le bustine con dentro un krosmaster a caso sui 4-5€ cadauna, perché quelli base in rapporto sono delle nullità rispetto a quelli che sono venduti sfusi.

Vi ho accennato questa cosa perché ora come ora in Italia la comunità di KA si sta allargando a macchia d'olio; in Francia esiste già una Lega riconosciuta che organizza tornei ufficiali e anche qui ci stiamo attrezzando.

Non a caso su e-bay si trovano le statuette singole a dei bei prezzi: quelle forti vanno minimo dai 15€ a salire per arrivare al 40€ di Goultard Barbaro o Nox, le statuette promo.

In definitiva, Krosmaster Arena è un gioco molto facile da imparare che regala notevoli soddisfazioni sia al casual player che al giocatore hardcore, ovvero quello che fa tornei, in quanto è molto divertente e quindi bello fin da subito ma, a livello un po’ più agonistico richiede un minimo di pratica o di conoscenza delle meccaniche del proprio team, in quanto certe squadre possono innescare delle combo assurde, quindi pane per i denti di chi non si ferma alla semplice partita e via ma cerca una sfida più impegnativa.

Quello che mi sento di dire personalmente è che da quando ho cominciato a giocare è entrato di diritto nella top 8 dei giochi preferiti, scavallando mostri sacri tipo Bang! e Munchkin.. Credo che questo sia dire tutto.

Ora passiamo alla sezione dei comics: partiamo da JLA!

 

JLA

JLA è un nuovo ramo dei New 52 di DC Comics che prende forma come Justice League di riserva sostanzialmente.

Vi spiego.

Dopo il reset dell'universo DC tutte le testate sono praticamente tornate a un punto zero (non vengono cancellate le vecchie saghe of course, ma fanno in modo da essere menzionate il meno possibile, dovuto al fatto che i nuovi lettori non saprebbero di cosa si parla); la Justice League dei grandi (Superman, Batman, etc) ha dovuto sempre affrontare minacce ogni volta più difficili da contrastare, addirittura a volte non sono bastati tutti i componenti della JL per contrastare il o i cattivi di turno.

Ecco quindi nascere la JLA(Justice League of America),una JL di riserva su territorio americano, o almeno così viene presentata ai media dopo il fallimento della JLI(Justice League International), il cui vero scopo dei fondatori dell'ARGUSS è quello di creare una task force in grado di poter contenere la JL in caso qualcuno dei membri andasse fuori di testa o venisse controllato da entità malvage et similia (come se Batman non avesse già pensato a quest'evenienza -.-').

È composta da:  Freccia Verde, Martian Manhunter, Hawkman, Katana, Catwoman, Vibe, Stargirl, Capitan Atom e la Lanterna Verde Simon Baz.

Tra tutti i componenti di sicuro quello con più potenziale, nonché il più pericoloso, è Manhunter (per chi non sa chi sia immaginatevi Superman da Marte con poteri però di mutaforma e alterazione delle mente oltre che telepatia etc..), sinceramente uno che da controllare non è proprio facile facile. In generale gli altri sono tutti considerati degli sbandati (Hawkman), criminali(Catwoman), psicopatici(katana) o miliardari scansafatiche (Freccia Verde). Come potrà mai un team del genere nell'eventualità di un collasso della JL difendere la Terra o nella peggiore delle ipotesi tenere testa a qualche memebro senior impazzito??

Intanto nel primo numero troviamo Freccia Verde infiltrato dentro un'organizzazione criminale ,che si fa chiamare Società Segreta, venire scoperto e inseguito da 3 figuri che assomigliano molto a Wonder Woman, Clark Kent e Batman.. e viene ridotto in fin di vita.. riuscito a tornare all'ARGUSS morente, Steve Trevor suo superiore nonché coordinatore del team procede con Manhunter al recupero dei ricordi dalla mente di Oliver Queen e si scopre come appunto i 3 membri della Justice League abbiano assalito il loro amico, ma sono davvero loro? Come potrebbero far del male a un loro collega e prima di tutto amico? Che cosa nasconde questa Società Segreta di tanto temibile?

Le risposte... al prossimo appuntamento!

Lorenzo Ferrari

Crediti foto:

http://www.defconlegnano.it/wp-content/uploads/2013/11/arena1.jpg

http://www.ghenosgames.com/img/foto/Krosmaster/ARENA_BOX_front_small.gif

http://borgdotcom.files.wordpress.com/2012/08/new-2013-jla-justice-league-of-america.jpg

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