Agosto è quasi finito, e con le giornate e il clima che cambia decidi di goderti l’ultimo weekend di un’estate nel migliore dei modi, in un luogo mai visto pronto ad essere scoperto.

Invece di optare per il mare che sarebbe stato gettonatissimo, giriamo la bussola verso una zona vicina a Varese, a poco più di un’ora e mezza di viaggio in moto.

Quando il paesaggio inizia a diventare collinare e il profumo dei vigneti diventa sempre più forte arriviamo ad Acqui Terme, una cittadina tranquilla dell’alto Monferrato.

Un luogo che riporta a vecchi ritmi, le persone sono tranquille e amano la terra e le cose buone che essa può offrire.

In questo clima bucolico e quasi fiabesco, vengo a scoprire che sarebbe stata presente ancora per pochi giorni una mostra che non mi sarei mai aspettata di trovare qui: “Salvador Dalì: Materie dialoganti”.

In realtà non è la prima mostra di questo calibro ospitata ad Acqui Terme, l’anno scorso fu presente una mostra monografica di Pablo Picasso che riscosse un enorme successo.

Anche se non erano presenti le opere più famose dell’eclettico artista, è stata un’esperienza bellissima, ancor di più perché inaspettata.

Una mostra di grande impatto visivo per le opere esposte, eseguite con materiali e tecniche differenti che si articolano tra pitture, grafica, illustrazioni, fotografie, sculture in ceramica, oro, vetro, bronzo, e oggetti d’arredo. La coinvolgente suggestione creata dalla varietà delle opere del pittore spagnolo, tutte coerenti al suo stile surrealista, suscitano forti emozioni, trasportandoli in un percorso fantastico e carico di simbolismi.

Si parte già dell’esterno del palazzo con l’imponente “Profilo del tempo” che risplende maestoso tra i raggi del sole.

Entrando nell’edificio invece si percorrono cinque sale, visitabili a propria scelta perché ognuna ripercorre temi diversi.

SALA PRINCIPALE

“L’Elefante Spaziale” appare subito davanti ai miei occhi: un animale con zampe lunghe e sottili che porta sul dorso un enorme obelisco, simbolo del potere del faraone (riportandosi alle Tentazioni di Sant’Antonio).

Attorno alla scultura si trovano invece la serie di litografie intitolate “I sogni umoristici di Pantagruel” e la “Sedia Leda”, un oggetto dal design unico realizzata in ottone lucidato e verniciato che rappresenta due capisaldi dell’ideologia daliniana: l’instabilità causata dalle tre gambe e la continuità del tempo esaltata invece dalla linea curva.

SALA DUE

La protagonista della sala è la “Venere Giraffa”: la testa classica di una venere è adagiata sul collo lungo ed esile di una giraffa, per poi terminare con il suo corpo che però avanza nello spazio con un cassetto sorretto da una stampella.

SALA TRE

La sala è dedicata al tema del tempo, tanto caro a Dalì.

Sono presenti due sculture emblematiche:

“La persistenza della memoria” composta da un orologio molle appoggiato su un ramo rappresenta l’idea che Dalì ha del tempo: esso non è preciso in termini scientifici, ma è variabile a seconda della percezione di ogni singolo uomo. Quando stiamo vivendo un momento piacevole il tempo scorre velocemente, mentre quando ci si annoia o siamo a disagio passa molto lentamente.

“Donna del tempo” : una giovane donna sorregge un fiore e un orologio molle, simboli di una bellezza che è schiava del tempo.

SALA QUATTRO

Le opere presenti in questa sala vogliono sottolineare le diverse tecniche e i svariati materiali utilizzati dall’artista durante la sua carriera.

Opere in vetro come la “Triomphale” e la”Guitar” perfette per esprimere il concetto di metamorfosi in base alla percezione di ognuno della realtà: colori che cambiano in base alla luce, materie come il vetro che si evolvono passando dal morbido al solido.

Sono poi presenti le tavole della “Tauromachia Surrealista”, dove utilizza i suoi simboli più famosi: giraffe, stampelle, elefanti e cassetti al posto delle classiche scene di corrida.

E poi il meraviglioso “Cigno Elefante”: una piccola scultura in bronzo che diventa un cigno o un elefante in base a come viene appoggiata, trasformando la proboscide nel collo del cigno e le orecchie in ali.

 

SALA CINQUE

Nell’ultima sala è esposta l’opera più famosa, il “San Giorgio e il Drago”, ovviamente rivisitata dall’artista rispetto a quella della cultura classica.

Dalì diventa San Giorgio, che uccide il drago che rappresenta il modo di vedere l’arte secondo lui ormai sorpassato e la sua musa ispiratrice, l’arte surrealista, lo incita sullo sfondo.

Attorno a questa scultura ci sono diverse tavole dell’artista denominate “Immaginazioni e oggetti dal futuro”, dove troviamo ad esempio “Il telefono aragosta”: una delle preoccupazioni maggiori dell’artista è quella di trovare modi sempre nuovi di decontestualizzare oggetti in modo irrazionale, dando loro così un nuovo significato totalmente a discrezione dell’osservatore.

 

Una mostra completa, eclettica, fantasiosa e, perché no, strana, che coglie a pieno tutte le caratteristiche di Salvador Dalì, un artista inconfondibile e meraviglioso.

 

 

“Ogni mattina mi sveglio e, guardandomi allo specchio, provo sempre lo stesso ed immenso piacere: quello di essere Salvador Dalì”.

Valentina Poerio

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