Un penny per i tuoi pensieri.

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Un penny per i tuoi pensieri.

Oggi ho acceso il mio computer, mi sono messo seduto davanti al foglio bianco deciso a scrivere l’intro per il secondo numero di FOT. Nulla, assolutamente nulla. Il foglio rimane bianco.
Ad un certo punto mi viene in mente una cosa, un sentimento che più si insinua in me, più non riesco a trattenerlo.

Un sentimento di gratitudine, di affetto verso coloro i quali ci spingono ad andare avanti, a chi ha letto e condiviso questa rivista, la cui portata è aumentata in brevissimo tempo. Gratitudine verso chi ha reso possibile questo progetto, che si impegna e sopporta le mie scadenze, senza mai indietreggiare di fronte alle sfide, aprendo il proprio cuore per condividere un pezzo di se.

Quindi se proprio devo dire qualcosa, dare una degna introduzione a questo numero due è: grazie di cuore.

Mattia Corbetta

 

 

Febbraio 2014

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Berlin Jüdisches Museum

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Berlin Jüdisches Museum

Carissimi appassionati di architettura, scommetto che in questa seconda puntata vi sareste immaginati un articolo riguardante lafigura di Renzo Piano… e invece no! Vorrei dedicare questo episodio al 27 Gennaio, giorno di commemorazione alle vittime del Nazismo portandovi per caotiche vie di Berlino, in modo da rivelarvi un progetto che nel corso degli anni è divenuto uno dei luoghi più visitati della città tedesca.

Vorrei parlarvi di un edificio profondamente radicato nelle vicende storiche della cultura berlinese del XX secolo, ideato dal famoso architetto statunitense (ma di origini polacche) Daniel Libeskind: il Berlin Jüdisches Museum, meglio conosciuto come il museo Ebraico berlinese. 

"L’ Architetto Daniel Libeskind"

L’anno passato ho avuto modo di visitare quest’incredibile edificio e posso affermare di esserne rimasto a dir poco estasiato, sia dalla particolare bellezza estetica e funzionale dell’involucro edilizio e sia per il modo in cui il fabbricato riesce a risaltare l’antico contesto barocco della capitale tedesca.

A mio avviso, non è il classico museo monumentale che orienta da tutto il mondo i pellegrinaggi culturali di milioni di persone e neanche il solito prodotto architettonico decostruttivista che apre la consueta battaglia fra antico e nuovo , ovvero la costante lotta tra le menti ostinatamente attaccate al passato e quelle che vedono nella sperimentazione l’unica possibilità di avanzamento culturale.

Rappresenta qualcosa di più, in primo luogo è un segno evidente, una traccia che serve ad insegnare a non dimenticare un passato che per nulla al mondo deve essere scordato, in secondo luogo è un teorema progettuale che sottolinea quel forte legame fra la stessa città di Berlino, l’ebraismo e la modernità.

Sembra strano dirlo ma da bambino, il progettista statunitense, non fantasticava di divenire architetto, infatti, tutti si aspettavano che in futuro diventasse un famoso musicista; all’epoca era considerato una sorta di bambino prodigio, un grandissimo suonatore di fisarmonica, talmente bravo da ricevere una borsa di studio dalla prestigiosa America - Israel - Cultural Fondation. 

Libeskind in un’intervista afferma che gli sarebbe tanto piaciuto imparare a suonare il pianoforte, ma la sua famiglia era una delle poche famiglie ebree rimaste in Polonia ed i suoi genitori temevano che avere un figlio così bravo nello strimpellare il pianoforte potesse diventare facile bersaglio degli antisemiti; così terminate tutte le possibilità che poteva dargli la fisarmonica cercò di coltivare la sua seconda passione: il disegno.

Ma come nascono i progetti di Libeskind? Il suo approccio non è per niente facile da spiegare, la maggior parte delle volte resta pensieroso sullo stesso schizzo per settimane, tracciando migliaia di linee che non hanno né capo e né coda, fino a quando d’improvviso, senza nessun preavviso scocca la scintilla, quell’idea geniale che fa apparire qualcosa di più profondo; in questo modo prende vita quella forma perfetta che diventa simbolo distinguibile del suo progetto. Possiamo affermare quindi che riflessione e pazienza diventano due elementi fondamentali del suo approccio alla progettazione e senza di esse non sarebbe potuto diventare un architetto di fama internazionale. Libeskind sostiene che lavorare in questa professione, per la maggior parte delle volte, significa prendere strade che non necessariamente conducono da qualche parte, ma è proprio da queste false partenze che bisogna imparare ad ascoltare se stessi, cogliere le cose più importanti che ci stanno attorno cercando di costruire ponti verso il futuro scrutando con occhio lucido il passato. 

Ritornando a noi e al Berlin Jüdisches Museum possiamo quindi affermare che l’impianto del nuovo edificio è basato su un segno duro, ma allo stesso tempo innovativo, i suoi bruschi cambiamenti di direzione a zig-zag, definiscono una geometria incontrollabile soggetta a continue e dolorose fratture proprio come quelle che caratterizzano la vita dell’uomo.

L’elemento generatore della pianta risulta essere l’esagono, che diviene nelle mani di Libeskind metafora della stella di David ( simbolo imposto a tutti gli ebrei al di sopra dei 6 anni di età da ReinhardHeydrich ovvero il capo della Gestapo tedesca). La stella, in un secondo momento, viene distorta, decostruita ed infine connessa ai luoghi più importanti di Berlino che hanno legato la cultura dell’ebraismo alla storia della città. 

Il fabbricato sorge poco lontano dalla Mehringplatz, piazza storica di Berlino e celebre nodo di intersezione fra la Lindenstrasse, la Wilhelmstrasse e la Friedrichstrasse nel quartiere di Kreuzberg; l’altezza del nuovo museo non supera la vecchia preesistenza del Kollegienhaus (ovvero il vecchio museo ebraico costruito nel 1735); una delle tante particolarità di questo edificio è il suo ingresso, infatti esso non è su strada, ma il visitatore per poter accedere al complesso di Libeskind deve per forza passare attraverso il vecchio stabile settecentesco; 

E’ la prima architettura della storia a non avere entrate dirette dall’esterno infatti per accedervi bisogna prima sottoporsi a un rito di purificazione ovvero bisogna passare nell’antico Kollegienhaus, discendere sottoterra ed infine risalire all’interno del nuovo museo Ebraico. 

Si aprono al pubblico tre possibili percorsi intersecati fra di loro denominati assi che simboleggiano i diversi destini del popolo ebraico: l’asse dell’Olocausto che conduce ad una torre che è stata lasciata vuota, denominata la Torre dell’Olocausto; l’asse dell’Esilio che porta ad un giardino quadrato esterno, denominato Giardino dell’Esilio, racchiuso fra 49 colonne ed infine l’asse della continuità, collegato agli altri due corridoi, che rappresenta il permanere degli ebrei in Germania nonostante l’Olocausto e l’Esilio.

Mi ricordo che una volta aperta la pesantissima porta della torre dell’Olocausto ho provato una sensazione di vuoto agghiacciante, un profondo smarrimento che mi fa battere forte il cuore ancora adesso che lo descrivo; è uno spazio completamente buio, vuoto, freddo ed angusto che viene illuminato da una piccola fessura posta in alto quasi a simboleggiare una ferita.

Al suo interno solo un inquietante silenzio rotto dal rumore lontano della quotidianità della città che continua a vivere al suo esterno; è evidente il significato che Libeskind vuole trasmettere ovvero vuole in qualche modo ricreare la condizione degli ebrei deportati che spaventati e smarriti non sapevano in quale luogo si trovavano e quale fine avrebbero fatto.

Purtroppo per problemi legati alla manutenzione non ho potuto visitare il Giardino dell’esilio ma provo a descrivervelo lo stesso; è composto da 48 colonne che simboleggiano l’anno di nascita dello stato di Israele, e da una centrale che rappresenta la città di Berlino; sulla sommità dei 49 elementi verticali sono posti alberi di Olivagno che alludono alla speranza di un possibile ritorno in patria. Anche qui il percorso che deve affrontare il visitatore è molto tortuoso infatti il piano di calpestio è leggermente inclinato in modo da creare quella sensazione di disagio che avevano provato gli ebrei.

L’ultima cosa che vorrei raccontarvi che mi ha toccato notevolmente si trova all’interno del Memory Void del museo ed è l’installazione Shalechet, che in ebraico significa foglie cadute, dell’artista Menashe Kadishman. Proprio come foglie staccate da un ramo e precipitate per terra così giacciono sparsi sul pavimento nudo di cemento più di diecimila dischi di ferro con visi intagliati e la bocca spalancata in segno di dolore; I visitatori possono camminare sui volti e ascoltare il suono straziante prodotto dai tondini di metallo che sbattono l’una contro l’altro e contro le persone che passano.

Se decidete di fare un viaggio in Germania vi consiglio di programmare qualche giorno nella capitale e, oltre che gustare i famosi pretzel, visitare la futuristica PotsdamerPlatz, l’antica porta di Brandeburgo e tutte le altre attrazioni che può offrire la città vi consiglio vivamente di ripercorrere

 la storia e le vicende della II Guerra Mondiale attraverso questo straordinario edificio.

 

Tiziano Zerbo

foto aerea museo berlinese - http://www.scuolamediabramante.it/yesIcan/blog/2011/01/26/come-una-saetta/
foto libeskind - http://followingyourpassion.wordpress.com/tag/libeskind/
foto stanza olocausto - http://www.scrical.it/viaggi/estero/berlino/berlinebrei-photo.html
foto giardino dell'esilio - http://farm3.staticflickr.com/2453/3867896732_0bfbdaeb94_o.jpg
foto installazione shalechet - http://morethaneyecandy.nl/wp-content/uploads/2013/03/JewishMuseumBerlin-001.jpg

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Questione di "fortuna"?

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Questione di "fortuna"?

“Un gruppetto di stupidi teppisti”. Fu questo il nome che venne assegnato al duo parigino formato da Guy-Manuel de Homem-Christo e Thomas Bangalter dalla rivista britannica Melody Maker nel lontano 1993 o giù di li. Avete capito di chi sto parlando? Ovviamente del miglior duo della storia della musica elettronica, ovvero i Daft Punk.

Proprio quel gruppetto di stupidi teppisti , "a bunch of daft punk" nella versione originale, in questo momento staranno ringraziando quel critico Inglese che inconsapevolmente ha offerto il nome d’arte al duo nascosto da quei caschi da robot che continuano ad alimentare miti e leggende sui loro volti e sulla loro vita.

Prima di arrivare alla recensione dell’ultimo loro album , tanto atteso aggiungerei, è giusto fare un passo indietro nel tempo per meglio rendersi conto come i due siano riusciti a conquistare un  posto nell’Olimpo della Musica.

Thomas e Guy-Manuel si conoscono nel 1987 a Parigi; iniziano la loro avventura , prima in gruppi diversi per poi formarsi come Daft Punk nel 1993.Debutarrono per una piccola casa discografica scozzese con il singolo The New Wave; seguirono qualche anno più tardi i primi singoli di successo , Da Funk e successivamente Alive, inclusi nel 1997 nel loro primo album di debutto dal nome Homework. Un mix di vari generi, dalla techno all’Electro passando per l’house; non passò tanto tempo per essere valutato come uno dei più influenti album dance degli anni ‘90. Ma il singolo che fece decollare le vendite fu sicuramente Around the world che tutt’ora è presente nel top 100 delle canzoni dance più ballate al mondo; complice di tale successo è da attribuire anche all’ideatore del videoclip, realizzato dal regista francese Michel Gondry (“The Green Hornet”, “Se mi lasci ti cancello”).

Passano ben 4 anni e il duo transalpino rilascia il loro secondo album “Discovery” dove richiama un synth anni ottanta; qui ce ne sarebbe da parlare per ore solo ed esclusivamente dei singoli che uscirono: Harder, Better, Faster, Stronger; Face to face (primo posto nelle classifiche USA seppur mai uscita come singolo) e l’intramontabile One More Time , il brano più venduto dei Daft Punk.

Altri 4 anni (sarà per caso un numero scaramantico?) e venne rilasciato “Human After All”. L’album non fu accolto dalla critica molto bene ma nonostante tutto alcune canzoni come Robot Rock, Human After All e Technologic faranno ballare e scatenare i miglior dancefloor mondiali. Non è da dimenticare sicuramente Technologic, in grado di scomodare una casa automobilista come l’Alfa Romeo per il lancio della MiTo. L’album vinse nel 2006 il premio Grammy come miglior album di musica elettronica (e meno male che dalla critica il responso non fu tanto positivo!).

Nel 2007 esce “Alive 2007” , album in cui il duo raccoglie le loro performance dal vivo eseguendo chirurgici Mash-up con i loro pezzi più conosciuti, tra cui Around the World/Harder, Better, Faster, Stronger; l’album vinse un altro Grammy come miglior album dance\elettronico nel 2009. L’anno successivo composero la colonna sonora del film della Disney “Tron Legacy” in cui compaiono in un piccolo Cameo nel film stesso.

La prefazione non si poteva escludere, putroppo, pur di poter comprendere l’ultimo album dei Daft Punk, ovvero “Random Access Memories”. Il primo singolo ufficiale è uscito il 19 aprile 2013 ed il titolo è sulla bocca di tutti ancora adesso: Get Lucky, con la voce di Pharrel Williams e la chitarra di uno status symbol della disco-music Nile Rodgers (chi non ricorda uno dei fondatori degli Chic ?)

RAM (così lo chiameremo per comodità) è stato accolto in maniera scettica sia da critici che dai fan.
Pareri piuttosto discordanti tra loro; deludente e scarso per alcuni, un’autentica rivelazione per altri. A mio giudizio la seconda opinione è quella che prediligo: se pensiamo che otto anni di lavoro per questo album ha portato ad un disco senza campionamenti (vedi la citata Harder, Better, Faster, Stronger) , bpm decisamente più bassi e suoni ottenuti interamente con strumenti “fisici”.

Punto di forza oltre Get Lucky, con 7 milioni di vendite, è sicuramente “Lose Yourself to Dance” con la voce di Pharrell Williams e Nile Rodgers; un autentico sfonda classifiche.
Non dimentichiamoci in alcun modo della collaborazione del “Signore” dei sintetizzatori della disco e dell’ elettronica che cambiò la musica negli anni settanta, ovvero Giorgio Moroder.

Il terzo brano di RAM è intotalata appunto a lui stesso, dal titolo “Giorgio by Moroder” con la voce dello stesso Moroder, dimostrazione che Guy-Manuel e Bangalter possano permettersi qualunque cosa.
Ho letto su qualche blog che RAM è il disco che nessuno si sarebbe filato se non l’avessero fatto i Daft Punk. Così è, e così è giusto che sia.

Se devo trarre delle conclusioni analizzando i contenuti e la qualità , non posso che attribuire punteggio pieno; questa miscelanza tra funk, synth-pop, disco-dance e, perché no, anche dell’ottima italo dance, viene fusa in unica armonia consegnando lo scettro di geni indiscussi della musica al duo parigino. Guardandolo dal lato di fan invece, sono rimasto un pochino deluso in quanto mi sarei aspettato qualcosa di più alla “One More Time” , rimpiangendo le serate in discoteca cantandola a squarciagola.

Giunti alla fine ,giustamente mi chiederete il perché di una recensione di un album risalente a maggio 2013. La mia risposta sarà chiara e concisa: 5 Grammy Awards nel 2014.

Andando nello specifico i premi sono i seguenti: migliore album; migliore dance\elettronica album; album meglio prodotto nella sezione “non classical” (Random Access Memories); migliore disco da record e performance pop in duo o gruppo (Get Lucky con Pharrell Williams).

O si odiano o si amano.


Emanuele Beltrame

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http://travelhymns.com/wp-content/uploads/2013/12/daftpunk-interview-youedm.jpg
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Se il paradiso esiste, io penso di averlo trovato..

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Se il paradiso esiste, io penso di averlo trovato..

Argentina, Cascate dell’Iguazù.

Questo posto è talmente magico da essere creatore di molte leggende e una di queste rende un albero e una roccia i protagonisti.

Guaranì racconta che il dio Serpende folgorato della bellezza della dolce Naipú, pretese la sua mano, ma la ragazza innamorata del suo amante mortale Caroba, non volle saperne e decise di organizzare la sua fuga d’amore in canoa. 

Arrabbiato, l’iracondo dio modellò il fiume Iguazú creando così le cascate, dove i due sfortunati e innamorati caddero, trasformando lei in roccia e lui in albero. Si narra che da questa posizione i due amanti continuino ad osservarsi.

Nel mese di novembre ho avuto la fortuna di abbandonare il freddo del nord Italia e ritrovarmi al tepore dei 25  gradi sud Americani, per vivere quest’avventura.

Una delle sette meraviglie del mondo viene abbracciata da Argentina, Brasile e Paraguay (“Hito Tres Fronteras” – Unione Tre Frontiere) quasi a creare un naturale equilibrio come solo madre natura poteva fare,  troppo maestose e belle per essere di un solo Paese, immerse nei Parchi Naturali di Brasile (Parco Nazionale dell’Iguaçu) e Argentina (Parco Naturale dell’Iguazù) Patrimoni Naturali dell’Unesco, Las Cataratas, sono un sogno ad occhi aperti.

È possibile svolgere la visita in autonomia senza necessariamente il bisogno di una guida, il parco è diviso in due lati, Argentino e Brasiliano con due entrate distinte.

Il primo si può visitare in 1 giorno, ha quattro percorsi da fare a piedi (Garganta del Diablo, circuito superiore, circuito inferiore e Isola San Martin) di 1/2 km ciascuno, tutti imperdibili; il trenino e il battello che servono per il primo e il quarto percorso sono inclusi nell’ingresso.

Acquistati i biglietti e passati i tornelli ci si ritrova catapultati in una realtà cinematografica alla Steven Spielberg, ma a sostituire i dinosauri, durante il tragitto incontriamo svariate specie di animali come Coaties, scimmie, serpenti, pipistrelli, iguana, tartarughe e coloratissime farfalle giganti.

I percorsi sono su passerelle che si fondono perfettamente con la foresta subtropicale.

Detto questo, ora ho un problema, non esistono parole che possano  descrivere quell’istante in cui, dalla foresta si apre uno squarcio tra gli alberi verde smeraldo, e compare  uno spettacolo naturale talmente maestoso, da togliere il fiato…riacquistato il respiro e riposizionati gli occhi nelle orbite, ricomincia il cammino verso la famosa Garganta del Diablo (Gola del Diavolo) che fa da confine tra i due Parchi. È la cascata più imponente e maestosa, il percorso ti porta al di sopra di essa in modo da farti percepire e vivere tutta la potenza dell’elemento, il vapore dell’acqua e l’aria ti spezzano il respiro, 150 metri di profondità e 700 metri di lunghezza e pura passione, non avrei trovato nome più azzeccato per questa Signora Cascata!


Il parco di Iguazù è organizzatissimo, il personale è cordiale e disponibile, è possibile scegliere se percorrere i tragitti a piedi (che io consiglio), oppure con il comodo trenino, che vi farà arrivare nei vari punti di interesse, i tempi  sono di  mezz’ora d’attesa tra una fermata e l’altra, vi verrà consegnata una mappa ben illustrata, troverete diversi bar e luoghi di ristoro che si mimetizzano in quel giardino dell’Eden che vi circonderà, per chi volesse risparmiare può portarsi da mangiare, perché ovviamente all’interno  i prezzi si alzano (fuori una bibita la pagherai 0,70 circa nel parco 3€).

L’entrata al parco per i non residenti in Argentina è di 170 pesos circa 20€, ed è aperto 365 giorni all’anno dalle 8.00 alle 18.00, 

Da provare:

  • vi consiglio di portare un costume e dei sandali aperti, togliere tutti i vostri indumenti comprese le scarpe da ginnastica ripiegarli nella borsa di tela in plastica, che vi verrà consegnata dagli addetti e chiuderla perfettamente, perché per chi andrà nel periodo caldo, è d’obbligo fare  il giro in gommone sotto le cascate (e quando dico sotto, intendo proprio sotto) vi ritroverete completamente fradici ma felici
  • mini “safari” in 4x4 nella foresta
  • giro in gommone a remi sul fiume

Queste attrazioni sono prenotabili singolarmente anche in loco, e i costi sono di circa 20 € ciascuna.

Il  lato Brasiliano è sostanzialmente molto panoramico,  mezza giornata per la visita è sufficiente. Anche qui avrete a disposizione un comodo pulmino che vi porterà da un punto all’altro (incluso nel biglietto) di circa 12€.

Vengono offerte alcune attività extra, come il  giro in gommone, trekking, bici... ma sono sostanzialmente una replica delle attrazioni del parco Argentino, con un costo più elevato.

Quando andare: Sempre, ma da novembre a febbraio è il periodo ideale per visitare le cascate, in quanto inizia la primavera.

Dove dormire: intorno al parco troverete svariati hotel, ma se volete risparmiare vi consiglio di cercare nei paesi circostanti come a Misione Province dove potrete trovare degli ostelli carini, puliti con piscina e bagno privati a dei prezzi molto economici e con il collegamento diretto dei bus che portano alle cascate.

Golosità : oltre al tipico e imperdibile Asado e la moltitudine di bontà culinarie che incontrerete, vi consiglio di provare il dulche de leche (una crema dal gusto simile alle caramelle mou, famosa in sud America quanto la Nutella da noi), e di entrare in uno dei caffè della catena Havanna per assaggiare i vari dolci come le Alfajores , le Havannets e il milk shake guarnito con panna montata e brownies!! Assolutamente da sorseggiare, il Mate un rito per il popolo Argentino non solo una semplice bevanda. Quest’erba dal gusto particolare leggermente amarognolo  contiene la mateina un vero toccasana per la salute, avendo numerose proprietà benefiche curative. Stimola infatti le funzioni dell'apparato cardiocircolatorio, aiuta la digestione e previene la formazione di calcoli renali.

Il Mate stimola inoltre la diuresi, è ricco di antiossidanti e contribuisce a favorire la concentrazione.


“Viaggiare dovrebbe essere sempre un atto di umiltà” (Guido Piovene)


Giorgia Fusi

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La Moda in Fiera

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La Moda in Fiera

Ciao a tutti, in questo articolo parlerò di alcune delle più importanti fiere del mondo moda.

Con i termini “fiere della moda” vado a raggruppare le fiere ed eventi che riguardano appunto la moda, ce ne sono diverse per i diversi settori  che compongono questo mondo. 

Prima fra tutte c’è il Pitti Immagine, questa è un’impresa che opera ai massimi livelli internazionali, promuove l’industria e il design della moda; le sue fiere trattano tutti i settori dell’area fashion, infatti possiamo trovare una fiera specifica per l’uomo, una per la donna, per il bimbo e per i filati, e ancora fast-fashion, cibo e fragranze, insomma un incubatore a 360 gradi!! Per chi partecipa a Pitti come espositore è una grande opportunità per farsi conoscere a livello internazionale.Tantissime persone si muovono da tutta Italia e dall’estero per recarsi a queste fiere e scoprire nuovi e vecchi talenti, trarre ispirazione e secondo me divertirsi! Si respira un’altra aria, si respira eccitazione ed euforia, tutti sono felici ed emozionati di mostrare il meglio di sè e perché si sa che alla fine della giornata avrai visto cose, conosciuto persone, odorato e gustato profumi e sapori nuovi, per me è stato così...durante il viaggio di rientro, da Firenze a Biella...ah già non vi ho detto che la fiera si svolge nella bellissima Firenze a Palazzo Pitti per l’appunto...mi sentivo piena, ero soddisfatta di ciò che avevo visto e fatto, di ciò che avevo introdotto nel mio bagaglio culturale, e percepivo che per altre persone vicino a me era stato lo stesso! Per chi non lo sapesse, alcuni marchi Biellesi hanno partecipato all’ultima edizione di Pitti Uomo, come ad esempio il Cappellificio Barbisio e anche il marchio Camo, non male direi!!

Passiamo ad un’altra fiera, Milano Unica che è la manifestazione tessile internazionale organizzata in Italia. Questa fiera è nata dall’unione di quattro marchi della rappresentanza fieristica tessile italiana: Ideabiella, Ideacomo, Moda In, Shirt Avenue che grazie alla loro esperienza, qualità e tradizione portano avanti due edizioni all’ anno, precisamente a febbraio e a settembre. In questa fiera si può trovare il meglio della produzione tessile italiana ed europea. All’interno, divisi appunto per aree, si possono scoprire le nuove tendenze: per questa edizione dall’11 al 13 febbraio sono state proposte per la stagione primavera estate 2015, pensate a quanto velocemente la moda corre. Le aree che preferisco sono le cosiddette Aree Trend dove sono riassunte le tendenze e si possono vedere e toccare campioni di tessuti e accessori di tutti gli espositori della fiera. Sono due appuntamenti molto importanti per gli stilisti e tutti i creatori di moda, poichè tutto parte da un’idea, un concetto che poi si trasforma in materia e qui si possono trovare idee e materiali per poi concepire quello che noi andremo ad indossare. Il nome della fiera Milano Unica, come potrete trovare sul suo sito internet, richiama le tre caratteristiche intrinseche alla manifestazione,  UNICA è infatti sinonimo di Singolarità, Esclusività, Unificazione.

Subito dopo MU molti espositori e visitatori partono per Parigi dove si tiene una fiera simile , Première Vision, in data 18-19-20 febbraio. Il fil rouge delle due fiere è lo stesso, espositori  tessili e di accessori (intesi come passamanerie, zip, etichette e così via), aree trend e punti di ricerca cartacea per la quale, intendo, spazi dedicati alla vendita di libri di design, fashion, architettura e soprattutto si possono vedere e comprare gli importantissimi quaderni di tendenza, dove al loro interno ci sono tutte le tendenze delle stagioni future, si possono trovare quaderni dedicati al colore, lingerie, design, uomo, donna, tessuti, stampe, bambino; i costi non sono bassi, ma possono essere un investimento per studiare e pianificare il proprio lavoro per le stagioni future, ne parlerò meglio magari in un altro articolo! Sappiate che per noi stilisti sono un po’ come la Bibbia.. solo che  cambia ogni sei mesi!!!

Le fiere non finiscono qui, ce ne sono molte altre dedicate ai filati e al capo d’abbigliamento finito, non per minor importanza per ultimi anche fiere dedicate agli accessori, ve ne elenco qualcuna :

•    Filo

•    White

•    Expofil

•    Modamont

 •    Mi Milano Prèt à Porter 

Le informazioni tecniche le ho trovate sui siti internet di ogni fiera, per chi fosse interessato a curiosare fatevi una navigatina sul web!

Nel prossimo numero parleremo di Re-fashioning!

 

Tatiana Fusi

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#followmeto

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#followmeto

Fotografia è ormai un concetto molto ampio, adattabile ad ogni contesto, ad ogni situazione, praticabile laddove prima non era possibile ed anche, dove prima non c’era interesse nel farlo.

Ripercorrendo la storia più recente, è possibile identificare un punto esatto, un istante preciso nel quale la storia più moderna della fotografia ha preso una svolta inaspettata, un giro di boa che ha ridisegnato questa disciplina. Forse vi starete chiedendo quale possa essere, se il lancio di una specifica macchina fotografica, lo sviluppo di una particolare tecnica o magari una particolare impresa che ha segnato la vita quotidiana di tutti.

In effetti tutte e nessuna di queste corrisponde al vero, infatti c’è una parte di verità in ognuna di esse.


La data in questione è il 24 giugno 2010.

Apple lancia sul mercato americano, giapponese, britannico, francese e tedesco l’iPhone 4.

Apple lancia una pesante sfida, uno schiaffo in faccia a tutti i produttori di reflex, compatte, bridge e via dicendo. Questo modello è il primo smartphone a montare di serie una fotocamera degna di questo nome. Il resto come si suol dire è storia.

In seguito a questa immensa rivoluzione, da quel momento in poi la storia, fotografica, ma anche quella quotidiana non sarà più la stessa.

Una sfilza infinita di applicazioni viene creata per sfruttare, chi meglio chi peggio, questa incredibile opportunità: una fotocamera SEMPRE con noi.

Il lungimirante Steve Jobs aveva appena lanciato una bomba sul mondo della privacy; una semplice fotocamera da 5 megapixel che avrebbe cambiato tutto.


"Riflettendo un attimo sulle implicazioni di questa rivoluzione, si può capire come la vita di tutti sia cambiata, dalla semplice condivisione di momenti intimi e personali alla diffusione di foto e video usati come denuncia in vari ambiti sociali. La fotografia diventa a portata di mano di chiunque e per qualunque motivo."


Ma ora saltiamo avanti nel tempo di qualche mese, al 6 ottobre dello stesso anno. Sulla piattaforma iOS viene introdotta un’app molto semplice ma al contempo capace di catalizzare l’attenzione di tutto il mondo: instagram!

L’idea di fondo è semplice e per questo geniale, condivisione di fotografie, di qualunque tipo, con l’applicazione di svariati filtri per migliorarne l’aspetto e quindi la diffusione. Geniale.

Per quale motivo tutto questo preambolo eclatante, tirando in causa addirittura il compianto Jobs e nominando il social network più virale degli ultimi anni? Semplicemente per parlarvi di un signore, un signore che di professione fa realmente il fotografo, ma che ha trovato il modo di diffondere uno scorcio della sua vita, proprio tramite il social in questione.

Questo artista prende il nome di Murad Osmann ed è un fotografo di origine russe, classe 1985, ha intrapreso gli studi in ingegneria civile laureandosi presso l’imperial college di Londra. Dedicatosi alla fotografia inizia la realizzazione di straordinarie immagini di ritratto e di spettacolari scorci del nostro pianeta.

Tuttavia la parte di storia che ci interessa ora è quella che riguarda lui ed al contempo la sua fidanzata, la conduttrice tv, scrittrice e giornalista Nataly Zakharova.

Questa coppia ha incominciato un progetto molto bello ed interessante, il 31 ottobre 2011 viene postata la prima foto di questa serie, attraverso il profilo di Osmann stesso, che ritrae la sua compagna mentre lo “trascina” al Bolshoi Theatre di Mosca.

Da questo semplice scatto realizzato con lo smartphone il progetto decolla e i due iniziano a postare foto (realizzate però con una reflex) da ogni parte del mondo, con due uniche costanti la compagna che lo trascina e l’hashtag #followmeto.

Dalla Moschea Blu di Istanbul al Moulin Rouge di Parigi passando per Roma, Venezia, Miami, Barcellona, Londra e New York.

L’idea è semplice, la realizzazione è fresca e colorata, mostrando quel tanto che basta da rimanere a bocca aperta per gli stupendi posti e ,per giusta considerazione, del lato B della bella conduttrice televisiva.

Questa incredibile coppia continua dopo 3 anni a portare avanti il loro progetto, che ad oggi conta quasi gli 800.000 follower e non accenna a frenare la sua ascesa nella popolarità. Questo successo dimostra come gli artisti, che hanno qualcosa da raccontare, abbiano la possibilità di diffondere le proprie idee attraverso un format di ampio respiro ed accessibile gratuitamente da tutti e come questo possa essere recepito ed apprezzato.

Un buon giro del mondo al nostro simpatico fotografo ed alla sua inseparabile compagna.

 

Mattia Corbetta

"immagini by instagram Murad Osmann profile"

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Aspettando gli Oscar: le nomination e le mie previsioni

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Aspettando gli Oscar: le nomination e le mie previsioni

Nel 2013 ho fatto decisamente indigestione di film. 

Chi mi conosce sa che non è una novità, ma quest'anno ho avuto il tempo e la possibilità di vedere praticamente tutti i film nominati nelle principali categorie degli Oscar, e in attesa della magica notte del 2 marzo, vorrei raccontarvi quali sono i film in gara e quali sono i miei preferiti.

Per esigenze di spazio, mi soffermerò sulle principali categorie, precisando che tranne Cattivissimo me 2 (per il quale sono ancora basita), tutti i film meritano sinceramente la nomination e se avete tempo e voglia vi consiglierei di guardarli tutti.

E' davvero dura pensare che, tra i nove nominati, solo uno vincerà l'Oscar come Miglior Film: il favorito per questa categoria è 12 anni schiavo, ovvero la potenza di Michael Fassebender diretta da Steve McQueen (Hunger, Shame): la sua è una regia che si ama o si odia, che indugia sul silenzio e sull'immobilità dei personaggi, soffermandosi sui particolari fino al parossismo. 

McQueen racconta una storia e dipinge dei ritratti, sullo sfondo dei loro pensieri: il contrasto tra questo stile e le tematiche scelte, spesso violente, è la sua cifra stilistica. Questo può causare un eccessivo distacco emotivo dalla storia, a mio parere, ma su questo punto conta molto anche la scelta dell'attore, e secondo me Chiwetel Ejiofor non era ancora pronto per un ruolo del genere. Scene molto più riuscite, sullo stesso tema, le ho viste in The Butler (Lee Daniels, 2013) che purtroppo non ha preso nemmeno una nomination. Peccato per la colonna sonora realizzata da Hans Zimmer, talmente simile a quella che lui stesso aveva realizzato per Inception da distogliere l'attenzione dalla storia. 

Passiamo poi a Captain Phillips, diretto da Paul Greengrass: un adattamento del romanzo autobiografico dello stesso capitano Phillips che racconta il dirottamento del suo mercantile da parte di un gruppo di pirati somali. Un buon film, con un bravissimo Tom Hanks e una sorpresa nel “pirata” Barkhad Abdi, ma l'alta qualità degli altri film in concorso lo fa quasi scomparire nel mucchio e lo  rende non indimenticabile.

Ha fatto molto parlare di sé American Hustle, diretto da David O. Russell, regista dello splendido The Fighter (che ha valso a Christian Bale e Melissa Leo l'Oscar come migliori attori non protagonisti) e de Il lato positivo (Oscar come migliore attrice non protagonista a Jennifer Lawrence). Un grande cast: il trasformista Christian Bale, un Bradley Cooper quasi irriconoscibile, Amy Adams tremendamente attraente, Jennifer Lawrence in un personaggio dalle mille sfaccettature, e addirittura una comparsata di Robert De Niro. Gli attori superano loro stessi e si dimostrano capaci di stravolgere l'idea che ci eravamo fatti di loro, il ritmo è incalzante, la storia intrigante e piena di colpi di scena.  Consigliato!

Dallas Buyers Club è stato il mio colpo di fulmine di quest'anno, l'ho amato dal primo all'ultimo minuto. Ha ribaltato la percezione che avevo nei confronti di Matthew Mc Conaughey e mi ha fatto scoprire un meraviglioso Jared Leto, che non conoscevo ma che spero di vedere ancora sul grande schermo. Ispirato ad una storia vera, il film racconta della nascita di questo Club creato dal protagonista malato di AIDS per permettere ad altri malati come lui di usufruire di cure alternative. Dolce e amarissimo, violento e carezzevole, un regalo davvero inaspettato che spero farà il pieno  di Oscar. 

Ambientato in un futuro non troppo lontano, Her immagina una surreale (ma neanche troppo) storia d'amore tra un uomo e il sistema operativo del suo pc. Joaquin Phoenix ci dona una grandissima performance attoriale, riuscendo a tenere la scena da solo. Una storia sull'importanza dei sentimenti e sulla difficoltà di reale comunicazione, che non stupisce provenga dall'autore di Essere John Malkovich e Nel paese delle creature selvagge. Da vedere!

Philomena, diretto da Stephen Frears (The Queen, Cheri) e retto da una Judi Dench perfetta come solo lei può essere, è una storia vera colma di dolore e una forte critica alle ingiustizie subite da molte giovani donne nei conventi irlandesi di quel periodo. Frears è una garanzia, e il film vale decisamente la visione.

Nebraska mi incuriosiva perché diretto da Alexander Payne (regista dello splendido, e sottovalutato, Paradiso Amaro), e se possibile ha superato le mie aspettative. La scelta del bianco e nero, un meraviglioso Bruce Dern, e una sceneggiatura allo stesso tempo tenera e pungente lo rendono un gioiellino.

Gravity, diretto da Alfonso Cuaròn, con protagonisti George Clooney e Sandra Bullock, osannato da pubblico e critica, con le sue dieci nomination è destinato a fare il pieno di Oscar. Un nuovo modo di vivere lo spazio, o forse il ritorno ad una visione kubrickiana: tanti silenzi, molti dialoghi e poca azione. Però, mi spiace per Clooney e la Bullock, ma qui il protagonista è decisamente lo spazio.

E infine, last but not least, con The Wolf of Wall Street troviamo nuovamente l'accoppiata Scorsese-Di Caprio, in un film maestoso tratto da un romanzo autobiografico, con l'inarrestabile Leo in splendida forma che nelle vesti del broker Jordan Belfort libera tutta la sua energia senza inibizioni, potendo contare su una splendida spalla in Jonah Hill. 

Detto questo, la mia speranza è che l'Oscar come Miglior film vada a Nebraska, oppure in seconda battuta a The Wolf of Wall Street. In realtà è quasi doloroso fare una scelta, e non invidio i membri dell'Academy che quest'anno hanno un compito difficilissimo.

Per la categoria Miglior regista, anche se il favorito sembra essere Cuaròn con Gravity, io faccio il tifo prima per Alexander Payne (Nebraska) e poi per Martin Scorsese (The Wolf of Wall Street), rispetto agli altri nominati David O. Russell (American Hustle) e Steve Mc Queen (12 anni schiavo). 

Come Miglior attore protagonista, tifavo per Di Caprio, finalmente nominato dopo anni, ma la performance di Matthew Mc Conaughey in Dallas Buyers Club ha completamente stravolto l'idea che avevo nei suoi confronti, di attoruncolo sbruffone e fastidioso. La verità è che quest'anno deve vincere proprio Mc Conaughey. Peccato davvero per Di Caprio, che quest'anno si è trovato con una concorrenza spietata, ma sono certa che farà altri capolavori per i quali sarà finalmente premiato. Gli altri in lizza sono Christian Bale per American Hustle, Bruce Derne per Nebraska (notevole anche lui), e Chiwetel Ejiofor per 12 anni schiavo che, come dicevo prima, a mio parere non è all'altezza degli altri. Mi spiace notare la mancanza di Forest Whitaker per The Butler, ottima prova attoriale, e di Joaquin Phoenix per Her  (ma il film ha già altre 5 nominations).

Per la Miglior attrice protagonista non ho dubbi: Cate Blanchett in Blue Jasmine è splendida, Woody Allen è riuscito a scomparire dietro la macchina da presa lasciando spazio all'attrice per una delle sue migliori prove attoriali. Recita con il corpo, con gli occhi, con tutta se stessa esprimendo il disagio profondo, la follia e la fragilità della protagonista.

Al secondo posto metterei la bravissima Amy Adams (American Hustle), poi Judi Dench (Philomena), Meryl Streep sulla fiducia (purtroppo non ho visto I segreti di Osage County) e infine Sandra Bullock (Gravity). Sento però la mancanza di una nomination ad una bravissima Emma Thompson per Saving Mr Banks (film sulla vera storia di Mary Poppins, nominato come migliore colonna sonora).

Nella categoria Miglior attore non protagonista, con assoluta certezza dico Jared Leto (Dallas Buyers Club). Gli Oscar agli attori di questo film sono assolutamente dovuti! Gli altri in lizza sono tutti splendidi, da Barkhad Abdi (Captain Phillips) a Jonah Hill (The Wolf of Wall Street), Michael Fassbender (12 Anni Schiavo), Bradley Cooper (American Hustle), ma la performance di Jared non lascia dubbi sulla scelta.

Mentre per quanto riguarda la Miglior attrice non protagonista ho qualche difficoltà in più: non so come se la sia cavata Julia Roberts (I segreti di Osage County), e tra  Sally Hawkins (Blue Jasmine), Lupita Nyong’o (12 Anni Schiavo), June Squibb (Nebraska) e Jennifer Lawrence (American Hustle), purtroppo credo vincerà proprio quest'ultima. Non nego che sia un'ottima attrice, ma dal primo film in cui l'ho vista sul grande schermo (Winter's bone, Debra Granik, 2010), non ho visto un'evoluzione artistica da parte sua: ovviamente, spero di sbagliarmi alla grande.

Passiamo alla categoria che ci riguarda più da vicino, ovvero quella per il Miglior Film Straniero.

Quest'anno, complice anche l'autoesclusione de La vita di Adèle, in concorso troviamo La grande bellezza di Paolo Sorrentino, accanto al danese Il sospetto (Thomas Vinterberg), al belga Alabama Monroe (Felix Van Groeningen), al franco-cambogiano The missing picture (Rithy Panh) e al palestinese Omar (Hani Abu-Assad). Ammetto di non aver visto gli ultimi tre, ma Il sospetto, che ha già vinto numerosi premi (tra cui, a Cannes, quello come miglior attore a Mads Mikkelsen), è meraviglioso, tratta un tema pesantissimo con una dose di realismo che lo rende ancora più  amaro e si fissa a lungo nella memoria dello spettatore. 

La nomination a La grande bellezza mi fa provare sentimenti contrastanti: da una parte sono felice che un film italiano possa vincere un premio così prestigioso (ricordiamo che l'ultimo  risale al 1999, con La vita è bella di Benigni), dall'altra sono infastidita dal fatto che a rappresentarci sia un film che fa l'occhiolino allo spettatore americano, attingendo a piene mani dall'atmosfera felliniana de La dolce vita, entrata a far parte dell'immaginario collettivo e quindi immediatamente riconoscibile dallo spettatore straniero. E' eccessivo e sfiancante, e forse così voleva essere, ma sebbene io non possa dire che non sia un buon film, devo ammettere che questa nomination non mi entusiasma. Peccato che La migliore offerta di Tornatore, per questioni linguistiche, non potesse essere candidato.

Per concludere con una nota di spensieratezza, nella categoria Miglior film d'animazione abbiamo Si alza il vento, ultimo film di Hayao Miyazaki che purtroppo non ho ancora visto, ma a cui do la mia preferenza sulla fiducia (se non avete visto nulla di Miyazaki, vi consiglio di incominciare con lo splendido Princess Mononoke). Non avendo visto Ernest & Celestine, al secondo posto metto Frozen, contro I Croods (passabile, ma assolutamente non da Oscar) e il pessimo Cattivissimo me 2.

Ora non resta che attendere, e vedere se le mie (e le vostre) previsioni si avvereranno o meno. Buona visione!

 

Valentina D’Amelio

 

Fonti immagini:

12 years slave: http://www.telegraph.co.uk/culture/film/baftas/10556745/Bafta-nominations-2014-the-awards-season-gets-serious.html

Her: http://filmmakermagazine.com/75540-spike-jonzes-her-to-close-2013-new-york-film-festival/ 

Dallas Buyers Club: http://filmmakermagazine.com/75540-spike-jonzes-her-to-close-2013-new-york-film-festival/ 

American Hustle: http://www.artspecialday.com/american-hustle-un-inganno-contemporaneo/ 

Nebraska: http://filmint.nu/?p=10215 

The Wolf of Wall street:  http://theshelternetwork.com/wolf-wall-street/ 

BlueJasmine/Cate Blanchett: http://blogs.lexpress.fr/mon-cinema/ 

La grande bellezza: http://www.movieplayer.it/film/la-grande-bellezza_32975/

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