Cari amanti dell’Architettura, questo mese vorrei sottoporvi un progetto davvero ambizioso, intraprendente ed affascinante che va ben oltre la costruzione di un semplice edificio; un’idea stravagante, ma allo stesso tempo talmente particolare che non poteva passarmi sotto agli occhi senza destare la mia curiosità.

Una delle più grosse minacce che da parecchi anni, coinvolge il nostro Pianeta è il fenomeno della desertificazione, un processo bioclimatico che porta a un continuo ed inesorabile degrado delle terre aride-secche e alla progressiva riduzione delle superfici boscate, dei pascoli e delle praterie.

Naturalmente è  grazie alla nostra non curanza del problema e all’uso non sostenibile delle nostre risorse che questo cambiamento ha preso piede diventando sempre più inarrestabile. Si può dire che esso trovi il suo apice nella fascia a sud del Sahara, nell’area  denominata Sahel (A bordo del deserto), ed è proprio in questa zona che negli anni 70 han trovato la morte più di 250 mila persone a causa di fame e siccità.

Sahara in arabo significa territorio desolato, in questo luogo difatti regnano solamente un sole implacabile e venti secchi che, di continuo soffiano su queste terre prive di pioggia; e così la sabbia, trasportata dal vento, scorre via sibilando sul terreno fino a comporre le cosiddette  dune; esse sono molto pericolose perché instabili, mobili, precarie e a causa della loro disordinata configurazione possono essere una grande insidia per l’uomo.

Molto singolare risulta essere un progetto di cooperazione di qualche anno fa, in cui 23 Paesi Africani collaborarono per creare la Great Green Wall Belt: una cintura verde di vegetazione autotrofa sistemata lungo tutto il Continente nord-africano: dalla Mauritania a ovest  fino lo Stato del Gibuti a est, in modo da realizzare un vero e proprio muro di contenimento per il deserto. L’idea seppur molto interessante fu poco sostenibile, proprio perché in queste Regioni le piante risultavano essere utilizzate unicamente per la produzione di legname per il sostentamento delle popolazioni.

Attualmente esiste un’altra idea altrettanto interessante proposta da Magnus Larsson, un giovane architetto di origine svedese e formatosi alla Brookes University di Oxford e all’ Architectural Association School di Londra. Egli pensa, assieme al suo team di progettazione di contrastare questa lenta e pericolosa minaccia attraverso la realizzazione di un’imponente barriera naturale, che si estende per 6000 km su tutto il deserto del Sahara.

Questo muro è composto da dune solidificate in sculture di arenaria, così facendo, attraverso un processo di calcificazione, i granelli di sabbia si legherebbero tra di loro fino a formare una superficie esterna ruvida e stabile in grado di frenare l’espansione del deserto.

In poche parole il concetto che sta alla base del ragionamento di Larsson è:

 Ma perché invece di piantare solamente una lunga distesa di alberi, per contrastare il fenomeno della desertificazione non proviamo in qualche modo a rendere le dune di sabbia degli ambienti stabili e allo stesso tempo confortevoli per gli esseri umani?

Si, lo riconosco l’idea sembrerebbe a prima vista surreale e fantasiosa, ma aspettate che vi racconti nel dettaglio il progetto!

 

La prima domanda che ci viene spontanea chiedere è: ma come si può solidificare una duna di sabbia?

La soluzione è un piccolo batterio chiamato Bacillus pasteurii, un microrganismo che vive e si riproduce all’interno di zone umide e paludose, che è in grado di velocizzare il processo di calcificazione della sabbia; (essi praticamente, vanno a occupare gli spazi vuoti tra un granello e l’altro creando dei forti legami chimici in modo da formare la calcite).

In questo modo si formerebbero degli spazi solidi e robusti all’interno delle dune che potrebbero essere utilizzati per piantare nuove piante, creare percorsi in ombra riparati dal sole e dal vento e soprattutto bloccare l’inesorabile avanzamento del deserto.

Come si può progettare una struttura di questo tipo?

L’architetto svedese afferma che ci sono 2 possibilità: la prima è quella di creare delle strutture a “Palloncino” in cui sono contenuti i batteri, lasciare che la sabbia la ricopra ed infine bucare l’involucro in modo da liberare i microrganismi che di conseguenza inizieranno a lavorare; finito il loro operato ( si contano 2 anni prima di poter usufruire di questi nuovi spazi) si utilizzano tecniche legate alla permacultura in modo da bonificare e rendere fertili le aree interessate ( gestione di spazi antropizzati in modo da essere in grado di soddisfare le esigenze di una popolazione. Se vi ricordate avevo citato questa tecnica nell’articolo sulle case di paglia CLICCA QUI).

Il secondo metodo invece è quello di utilizzare dei pali ad iniezione che vengono spinti verso il basso fino ad arrivare alla base della duna in modo da creare una superficie batterica iniziale; naturalmente i pali saranno disposti  secondo un certo criterio in modo da determinare la forma prefissata usando la sabbia come stampo mano a mano che si sale fino alla sommità ( si possono creare una moltitudine di geometrie differenti).  Magnus Larsson, nel disegnare le possibili soluzioni abitative si è ispirato alle cavità dei tafoni, sovradimensionandoli e portandoli a misura d’uomo in modo da ricreare soluzioni abitative confortevoli interne. ( il Tafone, per chi non lo sapesse, è un alveolo della roccia tipica delle rocce arenarie, esso si forma a causa della continua erosione della roccia, dovuta dal vento oppure dal sale).

Qualcuno potrebbe pensare che questi batteri potrebbero sfuggire al controllo di chi li ha lasciati nel terreno , “cementificando” più del dovuto e uccidendo qualsiasi cosa trovino sul loro passaggio, Larsson a questo proposito afferma che tutto questo è impossibile perché i bacilli muoiono appena si smette di nutrirli per cui la loro attività può essere benissimo regolata dall’esterno.

Che dire, come ho anticipato all' inizio l’idea mi piace parecchio, la trovo  affascinante e allo stesso tempo innovativa; credo che poter accelerare il processo di solidificazione della sabbia per creare spazi fruibili dalle persone lungo tutta la superficie del Sahara è qualcosa di davvero stupefacente se un giorno si potesse attuare! E non solo  allo stesso tempo, un progetto del genere potrebbe creare un’accesa collaborazione tra diverse Comunità in modo da dettagliare ulteriormente il progetto.

Purtroppo per ora il concept  è solo a una prima fase embrionale, infatti ci vorrebbero molti più dettagli tecnici, etici, politici e soprattutto economici in modo da capire se la spesa può essere sostenuta da tutti gli Stati coinvolti nell’operazione (magari con il supporto di altri Continenti). Detto ciò il progetto di Larsson mi sembra un ottimo sistema per tenere viva la discussione in modo da non lasciarci mettere la testa sotto la sabbia ed evitare inevitabilmente il problema.  A tal proposito concludo con una bellissima citazione di Larsson:

“Il mio progetto è un inizio, un' idea, una visione anzi è sabbia, ed è giunto il momento di tramutarla in pietra”.

TIZIANO ZERBO

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