Leggendo il titolo potreste essere spinti a credere di aver sbagliato rivista, di avere tra le mani la versione digitale di allegra sguattera o novella casalinga 2000 e invece mi spiace deludervi: bentornati nel nostro salotto fotografico nel quale oggi parleremo di sporco fotografico o se preferite il termine più corretto, oggi parleremo di rumore in fotografia.

Questo è un argomento molto chiacchierato nei forum, alla conferenze, alle presentazioni delle nuove fotocamere questo perché per molti è un nemico da abbattere senza pietà, ma io credo che possa anche essere un alleato, ma andiamo con ordine.

Il rumore in fotografia indica un disturbo, ossia un'aberrazione nella qualità dell’immagine dovuto alla presenza di granulosità e di puntini con colori sbagliati rispetto al resto della foto; ci troviamo di fronte ad un limite tecnico in questo caso, il limite al quale la macchina o la pellicola possono arrivare nel riprodurre la realtà in modo fedele.

Facciamo un passo indietro e torniamo per un attimo alle fotocamere analogiche, ossia alle macchine dotate di pellicole: qui il rumore era associato alla sensibilità della pellicola (detta anche velocità), misurata in ASA, più alto era il valore degli ASA e maggiore era la sensibilità della pellicola.

Con l’avvento del digitale le ASA sono state sostituite dalle ISO e le pellicole dal sensore, ma il concetto resta identico.

Nella fotografia chimica l'ISO è l’indice utilizzato per determinare la sensibilità dell’emulsione utilizzata. I valori più comunemente impiegati sono: 50, 100, 125, 160, 200, 400, 800, 1000 e 1600; quanto più questo numero è basso, tanto meno la pellicola è sensibile e le dimensioni dei grani di alogenuro d’argento che la compongono risultano fini. Aumentando le dimensioni dei cristalli fotosensibili la rendiamo più sensibile alla luce ma, accresciamo di conseguenza la sua “granulosità” e la perdita di dettaglio che questa cosa comporta.

le pellicole a bassa e bassisima sensibilità (25-50 ISO), caratterizzate da una struttura granulare finissima, risultano particolarmente adatte in tutti quei casi in cui sia richiesta la massima nitidezza dei dettagli: fotografia naturalistica e macrofotografia in primis, nella pubblicità per la cartellonistica, nelle rilevazioni aeree.

I sensori delle fotocamere digitali sono costituiti da una serie di diodi fotosensibili posizionati l’uno accanto all’altro che trasformano le particelle di luce incidente (i fotoni) in segnali elettrici. Quest’ultimi, rappresentazione “fedele” dei fotoni captati, sono sovente accompagnati da altri tipi di segnali che disturbano la conversione e la registrazione delle immagini da parte del processore della macchina fotografica. Questa tipologia di disturbi sono causati sia dalla radiazione ultravioletta, che riesce a passare nonostante il filtro UV di solito posto davanti al sensore della fotocamera, sia da alcuni singoli fotoni “impazziti” che anziché venire intercettati dal diodo rimbalzano, a causa dei riflessi interni, da un pixel all’altro e finiscono “fuori posto”. Inoltre, una volta captati dal sensore in ingresso, i segnali elettrici in uscita non sono abbastanza ampi da poter essere utilizzati subito dal processore e vanno, pertanto, amplificati. E più i segnali sono deboli maggiore dovrà essere il grado di amplificazione. Chi ha studiato un po’ di fisica elettronica sa che ogni amplificazione comporta sì un aumento del segnale utile, ma anche una certa quantità di ulteriore disturbo, generato dal processo stesso, che andrà ad incrementare quello già di partenza… Tutti assieme, questi disturbi vanno ad “inquinare” il segnale prodotto dal sensore e la somma di tutte queste “noie” elettroniche è ciò che si definisce rumore.

il rumore viene generato da diversi fattori:

luma-e-chroma-noise1.jpg
  • Dimensioni del sensore. Un sensore grande (il pieno formato o full frame) è generalmente meno rumoroso di uno piccolo, come i sensori APS-C.
  • Dimensioni dei singoli pixel. A parità di dimensioni del sensore, più megapixel significa più dettaglio ma anche più rumore
  • Sensibilità ISO impiegata. Vale lo stesso discorso fatto prima per le ASA: maggiore è il valore delle ISO maggiore è la possibilità di rumore.
  • Forte compressione jpeg
  • Tempi di posa. Tempi lunghi (1-2 sec.) producono rumore cromatico
  • Temperatura del sensore
  • Processi produttivi e materiali impiegati

Ok, abbiamo visto lo spiegone tecnico, ma quindi lo sporco è buono o cattivo?

In generale dovendo dargli una connotazione positiva o negativa per forza si potrebbe dire che il rumore in situazioni lavorative è una cosa bruttissima, in fotografie che necessitano di nitidezza come le pubblicità, matrimoni ed eventi, moda da catalogo, ecc. In questi casi il rumore genera solo fastidio e se era forse accettato negli anni '20 ora non è minimamente concepibile presentare un lavoro che soffre di questi problemi.

Altro discorso merita invece la fotografia di reportage, street o backstage, che trovano nel rumore un loro alleato, aiutando a dargli un'aria completamente diverse, un ricordo di epoche passate o un che di vissuto. In queste tipologie lo "sporco" può conferire un'atmosfera che magari non avrebbe senza, ecco perché molti programmi di fotoritocco offrono la possibilità di inserire in post-produzione una grana sulla foto, per simulare un rumore uniforme ispirato a quello analogico.

Mattia Corbetta

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