#19 Fresh like Hell.

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#19 Fresh like Hell.

Qui è proprio fresco.

Sì, fresco come l'inferno!

L'estate è ormai esplosa da un paio di settimane per chi, come noi, abita nel nord Italia e questo ovviamente significa, nell'era del social sharing, una marea di post inutili su caldo o sudorazioni varie senza contare le fantastiche foto a corredo di gente al mare o in piscina convinti che agli altri possa fregare qualcosa o che il solo fatto di sbandierarlo possa renderli soggetti d'invidie varie.

Ma qui, in Italia come negli altri paesi di origine latina (vedi alla voce Spagna e Grecia), caldo e mesi estivi vanno di pari passo con un'altra nostra grande tradizione: l'ozio.

In estate ogni cosa è più ardua e difficile da ottenere; parlavo qualche giorno fa con un conoscente che deve fare dei lavori in casa importanti e non può/vuole chiamare nessuno perché "tanto d'estate chi trovo?".

Crisi? Questa è una parola che in estate va a schiacciare un pisolino all'ombra di sdraio ed ombrellone.

Questa mentalità a mio personalissimo parere è da estirpare come un cancro o una malattia mortale; non dico che non debbano esserci le ferie, non sono un orco né uno stupido, ma credo che sia fondamentale superare questa mentalità medievale e retrograda in quanto ormai l'umanità è arrivata a creare dispositivi capaci di renderci il lavoro estivo più sopportabile ed il caldo meno opprimente.

E quindi anche in questo afoso luglio è mio consueto piacere augurarvi una buona lettura nonostante il caldo e poter affermare che noi ci siamo!

 

Mattia Corbetta

 

PS: stiamo preparando qualcosa di speciale per il numero di agosto e per i 1500 e oltre like che abbiamo raggiunto sulla pagina di Facebook!

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6 Luglio: Giornata Mondiale del Bacio

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6 Luglio: Giornata Mondiale del Bacio

"Il bacio è un dolce scherzo che la natura ha inventato per fermare i discorsi quando le parole diventano inutili".

Ingrid Bergman

 

 Il 6 luglio è la Giornata mondiale del bacio.

Che ricorrenza meravigliosa, ed io come inguaribile romantica non posso che celebrarla a modo mio, deliziandovi con tutti i baci più belli dell'arte e della fotografia.

Partiamo da un grande classico, Il Bacio di Francesco Hayez.

Questo capolavoro dell'arte italiana è anche un’icona per tanti innamorati ed è stato realizzato da Hayez intorno al 1859. Fa parte del cosiddetto Romanticismo italiano, una corrente artistica che si sviluppò durante l'Ottocento e di cui l'artista era uno degli esponenti più importanti.

 

Gli Amanti – Renè Magritte

Il dipinto ci mostra due persone che si baciano ed hanno i volti coperti da un panno bianco, che si ipotizza che sia un’ invenzione dell'artista per creare una metafora del suicidio della madre morta, vista la sua ossessione nel coprire i volti.

Il bacio fra i due amanti è un' immagine che parla di morte e dell'impossibilità di comunicare, i due personaggi dietro il panno si scambiano un amore muto che conosce solo il linguaggio del corpo. 

 

Il Bacio – Gustav Klimt

il-bacio-di-klimt.jpg

I due amanti esprimono una grande tenerezza, in particolare l’uomo che tiene delicatamente tra le mani con la testa della donna e la bacia sul viso. Il suo abbraccio è avvolgente e protettivo.

 

Il Bacio – Pablo Picasso

“Il bacio” di Picasso realizzato nel 1925 è conservato nel Musée National Picasso di Parigi. Nel dipinto sono rappresentati un uomo e una donna nell’atto del bacio, anche se il caos rende la situazione convulsa e incomprensibile,come in un’esplosione di passione.

 

 Il Compleanno – Marc Chagall

Il compleanno di Chagall è una storia d’altri tempi, riassunta con un bacio in volo sulle labbra, un uomo che col corpo si solleva per raggiungere la sua amata.

 

Il Bacio – Edward Munch

In questo caso la tristezza del bacio di questa coppia è data da un sentimento di fugacità, di clandestino, dovuto alle tonalità dei colori e alla rappresentazione dell’opera. Il locale disadorno ne è una prova. Oltretutto i colori ricordano le luci tipicamente nordiche. Il vicolo sullo sfondo completa il quadro nostalgico per qualcosa che forse è appena iniziato ma è già al tramonto, una passeggiata solitaria su vicolo poco affollato, è la solitudine dell’uomo.

 

Ci sarebbero mille altri esempi, un gesto così espressivo come un bacio è stato ripreso dall’arte di tutti i tempi, poiché nella sua semplicità riesce a trasmettere sentimenti ed emozioni anche attraverso una tela.

Per concludere però utilizzo una fotografia, credo che sia la mia preferita da sempre, o perlomeno da quando fin da piccola sognavo che qualcuno mi baciasse così (ve l’avevo detto che sono un’inguaribile romantica).

Lasciatevi ispirare dall’amore che pervade questa fotografia del grandissimo genio Robert Doisneau e baciate, baciate come fanno i due protagonisti.

 

Perché in fondo, un bacio è una magia.

 

Valentina Poerio

 

Credits:

viaggi.corriere.it

wikipedia.it

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ACCIDENTALLY IN WORDS

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ACCIDENTALLY IN WORDS

Ciao Followers della mia rubrica e Forgini in generale!!

Tempo fa ho aperto la mia valvola di sfogo e mi sa che é ancora presto per chiuderla. Sono spiacente, ma anche questo mese vi toccano le mie riflessioni filosofiche.

Ogni giorno sentiamo di persone ricche sfondate, che trattano con leggerezza situazioni economiche delicate e preoccupanti.

Queste persone non capiscono che i comuni mortali passano la vita a fare calcoli per essere sicuri di poter pagare scadenze, rate, tasse.

Ma la verità é questa: se non ci si trova direttamente in difficoltà si fatica a comprendere i problemi altrui. Si sa che l’ essere umano tende all'egoismo e , dal momento che ha provveduto a se stesso, smette di interessarsi al prossimo.

Io per prima, mio malgrado, rientro in questa categoria!

Nonostante tutto, però, cerco sempre di mantenere un certo rigore e , se possibile, rispetto le persone con cui collaboro.

Il mio problema é che, inconsciamente e ingenuamente, mi aspetto lo stesso atteggiamento dagli altri, finendo sempre col restare molto delusa.

In particolare,Ho notato che al giorno d’oggi i datori di lavoro danno per scontato che noi, poveri dipendenti, abbiamo un disperato bisogno di lavorare.

Partendo da questo presupposto questi simpaticoni si permettono di trattarci senza alcun rispetto, pensando che in fondo dobbiamo per forza accettare le loro condizioni, poichè non abbiamo altra scelta.

MA A VOLTE LA RUOTA GIRA ANCHE PER NOI!

Quando nessuno se lo aspetta i comuni plebei potrebbero riguadagnarsi la loro dignità e, per una volta, agire secondo i loro interessi, spiazzando i “simpaticoni” e facendoli cadere improvvisamente dal loro piedistallo dorato.

Attenzione: tutto questo avviene sempre dopo lunghe riflessioni e notti insonni, analizzando ogni singolo dettaglio per essere sicuri di non agire nel torto.

Nonostante tutto, chi improvvisamente si trova dall’altra parte, in difficoltà e senza più nessuno che lo riverisce, ovviamente inizia a stizzirsi e comportarsi in modo ridicolo e decisamente banale.

Ma sapete cosa vi dico?! Quando siete sicuri di aver agito secondo giusti principi e vi sentite a posto con la coscienza, fregatevene!

Quelle persone, che si sentono tanto offese, non si farebbero il minimo scrupolo a lasciarvi a piedi dall’oggi al domani.

Ne abbiamo continuamente la prova: un giorno amici (perchè gli servite) e il giorno dopo ciao.

Come direbbe un mio grande amico “che chiusezza..”

 

Silvia SISSY Castello

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Costruire in Africa: Diabédo Francis Kéré

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Costruire in Africa: Diabédo Francis Kéré

Una delle particolarità che mi ha spinto a scegliere il mestiere dell’Architetto è la possibilità di poter costruire per persone che hanno veramente bisogno di un luogo dove poter abitare, lavorare, studiare o semplicemente divertirsi;  è da qualche tempo ormai che penso di intraprendere per un certo periodo un viaggio verso luoghi dove la figura dell’Architetto è indispensabile per poter  migliorare le condizioni di vita di una comunità. Per ora tutto questo è solo un sogno non ancora divenuto realtà, ma non è detto che in futuro questo piccolo pensiero possa  piano piano realizzarsi.

Ho scritto questa breve introduzione così da poter raccontare la storia di un Architetto contemporaneo che amo particolarmente, che grazie ai suoi sacrifici è riuscito a seguire una moltitudine di lavori nel suo paese d’origine: l'Africa.

In poche parole sto parlando di Diabédo Francis Kéré, un giovane architetto proveniente dal Burkina Faso che, attraverso a una borsa di studio, ha potuto studiare in Germania, presso la Tecnishe Universitat di Berlino in modo da poter aiutare, in un secondo momento,  la sua popolazione nel lento processo di sviluppo.

Personalmente non sono mai stato in Burkina, ma proverò lo stesso a raccontarvi qualcosa; forse non tutti sanno che il nome Burkina Faso significa letteralmente: Paese degli uomini integri; esso è considerato uno tra gli Stati più poveri al mondo, a causa, sia delle guerre civili che da lungo tempo piegano il territorio e sia dalle desolanti e aride condizioni climatiche; bisogna dire, infatti che il Paese è soggetto ad una forte e continua degradazione del suolo dovuta a frequenti periodi di siccità: la stagione secca interessa un periodo molto lungo che va da ottobre a maggio (più della metà dell’ anno) e i rimanenti giorni dell'anno invece sono caratterizzati da intense piogge. Geograficamente parlando il Burkina non ha sbocchi sul mare, ma a sud è attraversato da due rami del fiume Volta; il nord è una zona semi-desertica, al centro troviamo la Savana  e a sud  le foreste.

Da questi dati sembrerebbe un posto dimenticato da Dio, un luogo inospitale per chiunque, (e chi ci vorrebbe vivere in un posto così?), ma purtroppo la realtà è ben diversa, il Burkina è popolato da ben 12 milioni di abitanti e conta una delle più alte densità dell’intera Africa;

Ed è proprio qui che nasce Kéré, più precisamente a Gando, un villaggio di 3.000 abitanti dove non esiste alcun tipo di istruzione, così per poter imparare al leggere e a scrivere il nostro futuro architetto ha dovuto trasferirsi dagli zii che vivevano in un paesino limitrofo.

Comunità di Gando ( Burkina Faso)

Comunità di Gando ( Burkina Faso)

Una volta vinta la borsa di studio alla T.U. DI Berlino si è impegnato a finire al più presto l’Università in modo da trovare i fondi necessari ed il consenso del governo per costruire una vera scuola nella sua terra nativa in modo che migliaia di bambini potessero finalmente avere la giusta educazione.(Kéré risulta essere il primo studente di Gando a trasferirsi in Europa, un grande onore per lui e la e per la sua comunità)

Ne 2001 iniziano i lavori per la nuova scuola elementare, l’edificio è parte di un progetto più complesso che include, poi in un secondo momento: le case per i maestri, un pozzo per l'acqua potabile, spazi esterni per piantare essenze vegetali ed ortaggi ed infine campi per praticare sport; tra gli obiettivi sostenibili troviamo quello di utilizzare materiali locali e di sviluppare tecniche e principi costruttivi tradizionali e già noti alle comunità africane.

Affrontiamo insieme il progetto!

L’edificio deve essere in grado di sopportare le torride condizioni climatiche che caratterizzano il Paese e allo stesso tempo deve essere a basso costo in modo da utilizzare le poche risorse del territorio; l’involucro, che comprende muri e copertura, viene pensato in terra cruda essiccata al sole secondo la conoscenza tecnica dei costruttori che avrebbero poi dovuto realizzarlo. Questo materiale è essenziale perché oltre ad essere di facile utilizzo nella posa, ha anche grandi proprietà massive;  una grande massa termica è essenziale in questi frangenti perché è in grado di ridurre gli apporti di soleggiamento dall’ esterno verso l’interno e di conseguenza creare condizioni di comfort all'interno del fabbricato. Le murature perimetrali sono prive di vetri, infatti non essendoci impianti di riscaldamento/ raffrescamento sono praticamente inutili in questo caso; si vedono però solo delle grosse aperture protette da schermature metalliche in grado di far passare la luce e l’aria in quantità diverse a seconda delle ore del giorno.

Il tetto è un elemento indispensabile ai fini di questo progetto, esso  è formatoda un doppia copertura: la prima è costituita da un solaio in cemento rinforzato mentre la seconda è composta da travi reticolari in acciaio che sorreggono un foglio di lamiera grecata. Questo secondo strato funge da cappello così da fornire ombra ai muri e di conseguenza aumentare la differenza di temperatura tra interno ed esterno e di facilitare l’aerazione interna per convezione in modo da potersi difendere dal calore. 

Ciò che trovo straordinario, è il totale coinvolgimento delle comunità locali sia in fase di progettazione (idee, prime ipotesi progettuali ecc..) che in quella di realizzazione (fasi di cantiere e futura manutenzione), ognuno ha avuto il suo ruolo preciso, per esempio: i fabbri del villaggio hanno realizzato la copertura, i bambini hanno aiutato a portare i mattoni e le donne hanno trasportato l’acqua per molti km e battuto il pavimento. In poche parole è stato un momento in cui tutta la comunità si è ritrovata ha lavorato insieme per realizzare qualcosa di concreto rafforzando di conseguenza il proprio senso di comunità.

Grazie alla nuova scuola si è potuto anche realizzare in un secondo momento, un quartiere residenziale che ora ospita i maestri con le loro famiglie provenienti da città vicine; le case si sviluppano in moduli ed ogni modulo organizzato per accogliere una famiglia composta da 3-4 persone; in questo caso, oltre a tutti gli elementi costruttivi visti in precedenza viene introdotto l’utilizzo di linee curve; i volumi, infatti  sono formati da solide volte in mattoni in terra cruda per favorire ulteriormente il passare dell’aria.

Ho trovato questo metodo di lavoro molto curioso ed innovativo, credo che non sia facile capire realmente i bisogni della gente  soprattutto in queste condizioni estreme; idee, riflessioni, dialoghi e dibattiti sono indispensabili per la giusta realizzazione di un progetto; 

Questi edifici hanno un enorme valore perché sono parte integrante della comunità ed allo stesso tempo un richiamo per quelle vicine; anche in questo caso (come per esempio nel nel caso dell’High line di New York) si è creato un motore vivente, opportunità di lavoro e di aggregazione,scelte distributive, metodi di lavoro, materiali e tecnologie impiegati sono caratteri distintivi dell’Africa e di tutti gli abitanti del Burkina che andranno a viverci, oppure a insegnare o  ad imparare.

“ …se non avessi studiato a Berlino sarebbe stato tutto più difficile e più lento, ma credo che avrei fatto tutto lo stesso perché ciò che progetto, propongo e mi sforzo di realizzare lo faccio per la mia gente.”

TIZIANO ZERBO

 

FONT IMMAGINI:

http://www.kere-architecture.com/

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I am Night, I am Vengeance...I am Batman.

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I am Night, I am Vengeance...I am Batman.

In questo luglio caldo e afoso è faticoso dover trovare uno spiraglio di lucidità per parlare di quello che vi sto scrivendo, ovvero di uno dei capolavori annunciati dell’industria videoludica degli ultimi 5 anni ( e guardacaso, sto scrivendo di notte, neanche a farlo apposta ).

Sto parlando di Batman Arkham Knight, che dopo una serie di rinvii piuttosto spiacevoli è riuscito a vedere la luce il 23 giugno infine, mentre purtroppo la versione collector è stata posticipata al 15 luglio, e la versione con la batmobile è stata addirittura cancellata da Warner Bros Games causa difetti di costruzione del modellino dell’auto, causando l’ira funesta di tutti coloro che avevano prenotato e addirittura alcuni pagato i 200€ del costo completo della versione.

 

Ma veniamo a noi, dunque il timone torna nelle sapienti mani di Rocksteady dopo che il travagliato episodio Arkham Origins non aveva riscosso il successo sperato, e arriva nuovo fiammante sulla nuova generazione di console, anche se l’Unreal Engine è ancora quello precedente,nonostante abbia subito qualche potenziamento.

Ci troviamo post Arkham City nella timeline, Joker è defunto per mano nostra e ora nella ridente città della capra, perchè sapete che Gotham oltre alle origine certe di un paesino inglese, venne chiamata così per rappresentare la città del diavolo, ovvero Goat, la capra, il simbolo per eccellenza del diavolo e Home, casa, lascio a voi l’interpretazione.

Ok ho divagato, comunque dicevo, il pagliaccio è defunto e spunta un nuovo contender allo scettro di cattivo più di tutti, il Cavaliere di Arkham, una specie di Batman supertecnologico, militarmente addestrato e che conosce bene nel dettaglio qualsiasi cosa sul Cavaliere Oscuro, che ci darà del serio filo da torcere fino in fondo.

 

Non voglio spoilerare troppo della storia, perchè davvero questa volta negli studi di Londra si sono davvero superati, hanno tirato fuori un capolavoro, vi anticipo solo che molte delle nostre convinzioni dal precedente capitolo verranno smentite categoricamente, e ci ritroveremo un paio di cameo di pregevole fattura, mentre alcuni colpi di scena e scene di intermezzo lasceranno decisamente col fiato sospeso tra un misto di incredulità e a volte anche di quasi terrore.

 

Migliorato il sistema di combattimento FreeFlow rispetto al predecessore, aggiunte nuove combo e nuovi gadget che ampliano in maniera esponenziale la varietà di gameplay del titolo; menzione poi alla mitica Batmobile, che non sarà usata come mero mezzo di trasporto ma avrà delle missioni dedicate e sfide dedicate che ci faranno piacevolmente distrarre dalla trama principale, che altrimenti verrebbe giocata tutta d’un fiato pronti via.

E’ stato introdotto anche il dual play, ovvero in certi frangenti di gioco e in certe missioni potremmo contare sull’aiuto di un partner con cui potremmo scambiarci ripetutamente e fare doppi KO in coppia, che aggiunge in una missione anche una componente strategica aggiuntiva.


Grosso modo vi ho snocciolato quello che questo gioco rappresenta, ma dovete e ripeto DOVETE giocarlo per capire la qualità del lavoro svolto da Sefton Hill e il suo team, non trovo parole per descriverlo, poi sarò un fanboy, ma questo giro davvero il masterpiece ci è uscito davvero bene,e poi perchè i piace anche rompervi le uova nel paniere vi dico solo una cosa riguardo la fine del gioco....potete leggere o saltare al video qui sotto...PROTOCOLLO KNIGHTFALL...


Alla prossima


Lorenzo Ferrari

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Biellese per nascita... cosmopolita per gusto: Menabrea!!

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Biellese per nascita... cosmopolita per gusto: Menabrea!!

Tra le eccellenze del nostro territorio conosciute nel mondo un posto d'onore sicuramente va alla Birra Menabrea, che viene prodotta dalla omonima azienda la cui sede storica e il birrificio hanno sede a Biella , in Piemonte.

Tradizione, qualità e cultura sono le basi fondamentali che fanno dell'antica birra biellese un marchio conosciuto in tutto il mondo (110.000 ettolitri di birra prodotta annualmente ed esportata in venticinque paesi nel mondo).  

Da oltre un secolo e mezzo grazie all'utilizzo delle acque purissime che sgorgano dalle montagne d' Oropa, alla selezione accurata di luppolo, malto e lievito e dalla maestria delle persone che vi lavorano, la birra biellese è diventata un prodotto d'èlite dal gusto unico. Quella della Menabrea è una storia di successo di oltre 160 anni e attorno al suo nome si è sviluppata parallelamente la vita di una intera dinastia di mastri birrai che continua con entusiasmo e passione. 

Il Marchio Menabrea

Un po' di storia:

La nascita dello stabilimento biellese risale al 1846 per opera dei fratelli Caraccio, caffettieri a Biella. Nel 1864 l'azienda viene acquistata per 95 mila lire da Giuseppe Menabrea e Antonio Zimmermann,  pionieri nella tecnica della bassa fermentazione.
L'azienda passò nelle mani del solo Menabrea e dei suoi figli nel 1872 quando la ragione sociale diventò G. Menabrea & Figli .
Con il susseguirsi degli eredi l'azienda nel corso del 1900 ebbe un aumento esponenziale della produzione della birra, pur mantenendo inalterate le qualità, che portò al riconoscimento di numerosi premi a livelli nazionali e che le ha consentito di uscire da quella che era stata fino ad allora, almeno sul piano produttivo, una dimensione tutto sommato provinciale.
L'ingresso nel Gruppo Forst, avvenuto nel 1991, favorito da un'antica amicizia birraria ha permesso di mantenere comunque la sua identità e la sua indipendenza, conservando così viva la cultura e la tradizione birraria.
Nel 1996 per festeggiare il 150º anniversario ha creato una edizione speciale delle bottiglie, caratterizzate dalla scritta "150º anniversario" sull'etichetta attorno al collo.

Parte della produzione è delocalizzata presso lo stabilimento di Foresta/Forst  in Alto Adige.

Annesso alla fabbrica di Biella c'è il museo della birra articolato su una serie di cimeli storici che mostrano i diversi sistemi adottati nel tempo per la produzione della bevanda. 

Dagli anni trenta è rappresentata attraverso alcuni ristoranti che portano il suo nome, situate - oltre che a Biella (ove, accanto allo stabilimento, si trovano un pub ed un ristorante), in altre città del Piemonte, fra cui Novara e Torino.

 

Nel corso degli anni è molto cambiato nell'immaginario collettivo il ruolo di questa bevanda nella ristorazione. Da semplice bevanda fresca e dissetante, perfetta da accompagnarsi alla pizza, è entrata a testa alta nelle grandi cucine e sono sempre più gli chef stellati che abbinano questa bevanda nelle preparazioni più elaborate e gli abbinamenti gastronomici con le varie tipologie di birre sono sempre più ricercati al pari del lavoro dei sommelier con il vino.

 

Noi di Infrigoveritas siamo andate nel loro ristorante ”Menabrea” per degustare alcuni piatti, preparati con questa fantastica bevanda.

Nell’ampia scelta del loro menù vogliamo consigliarvi come antipasto lardo di arnad con composta di cipolle di Tropea, battuta al coltello di Fassone Piemontese e Sgabei con formaggio alla birra.

Per quanto riguarda i primi non potete non provare il Risotto con salamella e birra ambrata e gli Spaghetti con praga e birra Top Restaurant 7,5.

Se amate la carne, uno show cooking a vista vi permetterà di assaggiare diversi tipi di carne alla griglia.

Insomma non vi rimane che correre da Menabrea…a tutta birra!

Anna Perucca & Georgia Rivelli

Battuta al coltello di Fassona Piemontese

Risotto Salsiccia e Birra Menabrea Ambrata


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Una musica che viaggia ...

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Una musica che viaggia ...

Il caldo e l’afa stanno facendo impazzire l’Italia intera tra notti insonni e viaggi in macchina infernali e pure noi della redazione di Forge of Talents non siamo messi molto meglio. Condizionatori che giustamente smettono di adempire al loro lavoro nel bel mezzo del pomeriggio di un 6 luglio torrido con l’aggiunta di mancanza di scorte di bevande fresche nel frigo comune; per cui saremo molto light negli argomenti trattati o rischieremo di trovarvi addormentati sotto il sole rovente al mare mentre sfogliate il nostro Magazine.

Vorrei farvi riflettere sull’importanza di diffusione musicale di una rete globale chiamata internet. Il web con i suoi social network negli ultimi anni hanno permesso di dare risalto a piccole realtà che prima si sarebbero sognate di avere un bacino d’utenza così ampio e ovviamente di espandere ancora di più coloro che aveva ottimi risultati.

I canali sono molteplici, da Youtube a Twitter, da Soundcloud a Seatport e così via. Comodamente da casa puoi pubblicare un demo appena inciso con il tuo gruppo musicale e farlo arrivare in ogni angolo del pianeta con un semplice click; puoi aggiungere un video su Youtube e farlo vedere a milioni di persone in pochissimo tempo. Certo è vero non è tutto oro quello che luccica, ovvero non è poi così immediato raggiungere la fama. Bisogna tenere conto di alcune regole essenziali che prevedono di condividere la canzone, video o foto e indirizzarla verso un pubblico mirato prendendo i dovuti accorgimenti. Ashtag, commenti e orari in base al fuso orario sono elementi importantissimi che possono far spostare l’ago della bilancia in brevissimo tempo.

Vorrei analizzare un episodio accaduto poco tempo a livello nazione e che riguarda a suo modo il territorio Biellese. Durante la nota trasmissione “Tutto Esaurito” di Radio 105, in onda ogni mattina dalle 7 alle 10 e condotta dal disc jockey Marco Galli, si ha la possibilità di mandare un messaggio in radio scegliendo la la canzone da votare da quelle messe a disposizione dei conduttori. Bigo, un ragazzo Biellese trasferitosi a Perth in Australia ha deciso di mandare un messaggio per votare la canzone da lui scelta; erano circa le 14 nell’emisfero australe. Dopo pochi minuti è stato contattato in diretta Nazionale per esprimere il suo voto e dopo un giro di presentazioni Bigo ha avuto la possibilità di raccontare la sua avventura in terra straniera e poter far ascoltare un suo pezzo in diretta. Il suo Soundcloud nel giro di 24 ore ha avuto un affollamento di visite e di ascolti, senza tralasciare il fatto che la sua pagina Facebook è invasa da migliaia di richieste d’amicizia e di complimenti da persone provenienti da tutt’Italia.

Volete chiamarlo colpo di fortuna? Può essere e non mi sento di dire il contrario ma, se andiamo ad analizzare tutto quello scritto in precedenza, senza l’aiuto di un social network o di una piattaforma di condivisione musicale strettamente collegate tra loro Bigo non avrebbe ottenuto un maggior successo di quello che non aveva già nel suo piccolo.

Bigo

Tempi, modi e casualità fanno in modo che tutto possa avverarsi. Senza andare troppo indietro nel tempo, facciamo nel 2002 che ci sta simpatico, mi avessero detto che nel giro di pochi anni ci sarebbe stato uno smisurato uso di internet in campo musicale e artistico fino a questo punto, avrei risso in faccia al mio interlocutore. Certo concordo che non si ottengono solo risultati positivi ma anche negativi se usato male, senza dei paletti e magari abusandone troppo e spesso.

Per rimanere letteralmente sul pezzo come si dice in gergo, condividete questo articolo su tutti i social network che avete a disposizione e a fine mese vedremo se i risultati saranno dalla nostra parte o meno…buon caldo a tutti.

 

Emanuele Beltrame

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Jurassic World: sequel diretto di Jurassic Park, il quarto episodio non delude i fan

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Jurassic World: sequel diretto di Jurassic Park, il quarto episodio non delude i fan

E' difficile spiegare ad un giovane spettatore di oggi l'impatto che ventidue anni fa ebbe Jurassic Park sul pubblico internazionale. Basato su un romanzo di Michael Crichton e diretto da Steven Spielberg, fu il primo grande film ad utilizzare la CGI (Computer Generated Imagery), dando vita ad un mondo giurassico assolutamente credibile, tanto da vincere 3 Premi Oscar ed entrare a far parte dei cinquanta film di maggiore incasso nella storia del cinema. Era il 1993 e io avevo solo undici anni. In sala c'era un senso di trepidazione e attesa, ripagata dalla meraviglia di tante bocche spalancate nel vedere quegli animali mastondontici muoversi agilmente sul grande schermo.

Eppure sembra che Jurassic World, diretto da Colin Trevorrow e seguito da vicino da Spielberg in qualità di produttore esecutivo, sia all'altezza di quel primo film tanto sorprendente. Il quarto episodio della serie giurassica si propone infatti come un seguito diretto del primo film, rendendo dimenticabili i due episodi centrali (Il mondo perduto e Jurassic Park III) e giocando con autocitazioni apprezzatissime dai fan, che potranno riconoscere luoghi e oggetti provenienti direttamente dal film capostipite.

Il film si svolge esattamente ventidue anni dopo Jurassic Park ed è ambientato su Isla Nubar, dove il miliardario Masrani (interpretato da Irrfan Khan, già visto in Vita di Pi) ha realizzato un parco tematico sulla scia del precedente fondato da John Hammond.

Tuttavia il pubblico va costantemente intrattenuto, quindi oltre alle attrazioni più “conosciute” come il recinto del T-rex (lo stesso di Jurassic Park), vengono introdotte alcune novità come lo show del Mosasauro, un enorme rettile marino che spunta dall'acqua per divorare il suo pasto come le orche nei tradizionali parchi acquatici, e la possibilità per i visitatori di esplorare autonomamente l'habitat di grandi erbivori all'interno di veicoli speciali a forma di sfera in vetro infrangibile. Masrani sfodera inoltre la sua carta vincente creando un nuovo ibrido di dinosauro geneticamente modificato, dall'altisonante nome Indominus Rex: un mix di vari dinosauri e animali contemporanei, che dà vita ad un animale letale e molto intelligente.

È decisamente interessante il discorso sulla sperimentazione genetica applicata al mero guadagno senza riflettere troppo sulle conseguenze, etiche o di semplice sicurezza, quasi ci si sentisse in dovere di spingere il piede sull'acceleratore “perché è il pubblico che ce lo chiede”: e in parte Jurassic World sembra risentire di questo imperativo, forzando la mano in alcuni momenti (in particolare nelle scene finali, che possono anche trappare un sorriso per il loro tono surreale), ma questo non toglie forza ad un thriller con un buon ritmo che riesce a trascinare lo spettatore al di là dello schermo, grazie anche ad ottimi interpreti come l'affascinante Bryce Dallas Howard (nei panni della genetista Claire Dearing), Vincent D'Onofrio (Vic Hoskins, ex militare e responsabile della sicurezza) e il duo Omar Sy e Chris Pratt (Owen Grady e Barry, guardiani e addestratori di raptor).

Sui social network hanno spopolato divertenti meme su Owen Grady, che studiando le interazioni sociali tra i raptor ha stabilito un rapporto esclusivo con loro: è interessante sapere che per la realizzazione digitale dei raptor è stata utilizzata la tecnica della motion capture, che non era mai stata utilizzata finora per i film della serie. Le musiche sono state inoltre composte dal Premio Oscar Michael Giacchino, che ha rivisitato il tema classico di John Williams divenuto firma musicale di Jurassic Park.

Jurassic World è uscito nelle nostre sale l'11 giugno 2015, ma resterà in programmazione ancora per un po': nel primo mese di uscita ha già raggiunto la quinta posizione nella classifica dei film di maggiore incasso nella storia del cinema. Un film da non perdere, in quanto pieno di spunti di riflessione che, insieme all'ottimo intrattenimento visivo e a molta autoironia, lo rendono adatto ad un pubblico davvero vario.

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Lunga vita a sua Maestà "Sporco"

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Lunga vita a sua Maestà "Sporco"

Leggendo il titolo potreste essere spinti a credere di aver sbagliato rivista, di avere tra le mani la versione digitale di allegra sguattera o novella casalinga 2000 e invece mi spiace deludervi: bentornati nel nostro salotto fotografico nel quale oggi parleremo di sporco fotografico o se preferite il termine più corretto, oggi parleremo di rumore in fotografia.

Questo è un argomento molto chiacchierato nei forum, alla conferenze, alle presentazioni delle nuove fotocamere questo perché per molti è un nemico da abbattere senza pietà, ma io credo che possa anche essere un alleato, ma andiamo con ordine.

Il rumore in fotografia indica un disturbo, ossia un'aberrazione nella qualità dell’immagine dovuto alla presenza di granulosità e di puntini con colori sbagliati rispetto al resto della foto; ci troviamo di fronte ad un limite tecnico in questo caso, il limite al quale la macchina o la pellicola possono arrivare nel riprodurre la realtà in modo fedele.

Facciamo un passo indietro e torniamo per un attimo alle fotocamere analogiche, ossia alle macchine dotate di pellicole: qui il rumore era associato alla sensibilità della pellicola (detta anche velocità), misurata in ASA, più alto era il valore degli ASA e maggiore era la sensibilità della pellicola.

Con l’avvento del digitale le ASA sono state sostituite dalle ISO e le pellicole dal sensore, ma il concetto resta identico.

Nella fotografia chimica l'ISO è l’indice utilizzato per determinare la sensibilità dell’emulsione utilizzata. I valori più comunemente impiegati sono: 50, 100, 125, 160, 200, 400, 800, 1000 e 1600; quanto più questo numero è basso, tanto meno la pellicola è sensibile e le dimensioni dei grani di alogenuro d’argento che la compongono risultano fini. Aumentando le dimensioni dei cristalli fotosensibili la rendiamo più sensibile alla luce ma, accresciamo di conseguenza la sua “granulosità” e la perdita di dettaglio che questa cosa comporta.

le pellicole a bassa e bassisima sensibilità (25-50 ISO), caratterizzate da una struttura granulare finissima, risultano particolarmente adatte in tutti quei casi in cui sia richiesta la massima nitidezza dei dettagli: fotografia naturalistica e macrofotografia in primis, nella pubblicità per la cartellonistica, nelle rilevazioni aeree.

I sensori delle fotocamere digitali sono costituiti da una serie di diodi fotosensibili posizionati l’uno accanto all’altro che trasformano le particelle di luce incidente (i fotoni) in segnali elettrici. Quest’ultimi, rappresentazione “fedele” dei fotoni captati, sono sovente accompagnati da altri tipi di segnali che disturbano la conversione e la registrazione delle immagini da parte del processore della macchina fotografica. Questa tipologia di disturbi sono causati sia dalla radiazione ultravioletta, che riesce a passare nonostante il filtro UV di solito posto davanti al sensore della fotocamera, sia da alcuni singoli fotoni “impazziti” che anziché venire intercettati dal diodo rimbalzano, a causa dei riflessi interni, da un pixel all’altro e finiscono “fuori posto”. Inoltre, una volta captati dal sensore in ingresso, i segnali elettrici in uscita non sono abbastanza ampi da poter essere utilizzati subito dal processore e vanno, pertanto, amplificati. E più i segnali sono deboli maggiore dovrà essere il grado di amplificazione. Chi ha studiato un po’ di fisica elettronica sa che ogni amplificazione comporta sì un aumento del segnale utile, ma anche una certa quantità di ulteriore disturbo, generato dal processo stesso, che andrà ad incrementare quello già di partenza… Tutti assieme, questi disturbi vanno ad “inquinare” il segnale prodotto dal sensore e la somma di tutte queste “noie” elettroniche è ciò che si definisce rumore.

il rumore viene generato da diversi fattori:

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  • Dimensioni del sensore. Un sensore grande (il pieno formato o full frame) è generalmente meno rumoroso di uno piccolo, come i sensori APS-C.
  • Dimensioni dei singoli pixel. A parità di dimensioni del sensore, più megapixel significa più dettaglio ma anche più rumore
  • Sensibilità ISO impiegata. Vale lo stesso discorso fatto prima per le ASA: maggiore è il valore delle ISO maggiore è la possibilità di rumore.
  • Forte compressione jpeg
  • Tempi di posa. Tempi lunghi (1-2 sec.) producono rumore cromatico
  • Temperatura del sensore
  • Processi produttivi e materiali impiegati

Ok, abbiamo visto lo spiegone tecnico, ma quindi lo sporco è buono o cattivo?

In generale dovendo dargli una connotazione positiva o negativa per forza si potrebbe dire che il rumore in situazioni lavorative è una cosa bruttissima, in fotografie che necessitano di nitidezza come le pubblicità, matrimoni ed eventi, moda da catalogo, ecc. In questi casi il rumore genera solo fastidio e se era forse accettato negli anni '20 ora non è minimamente concepibile presentare un lavoro che soffre di questi problemi.

Altro discorso merita invece la fotografia di reportage, street o backstage, che trovano nel rumore un loro alleato, aiutando a dargli un'aria completamente diverse, un ricordo di epoche passate o un che di vissuto. In queste tipologie lo "sporco" può conferire un'atmosfera che magari non avrebbe senza, ecco perché molti programmi di fotoritocco offrono la possibilità di inserire in post-produzione una grana sulla foto, per simulare un rumore uniforme ispirato a quello analogico.

Mattia Corbetta

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