Sono innumerevoli i film sui viaggi in solitaria di giovani avventurosi, dai famosi Into the wild (Sean Penn, 2007) e 127 ore (Danny Boyle, 2010) fino al recente Tracks (John Curran, 2013), che racconta il viaggio di una donna attraverso il deserto in compagnia di quattro dromedari. Un film che ha fatto parlare di sé, nonostante i bassi incassi, proprio perché a compiere quel viaggio così difficoltoso era una donna sola: con una storia simile e uscito nelle sale italiane da pochissimo, Wild è invece già campione di incassi.

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Sarà per la protagonista intepretata da Reese Whiterspoon (candidata all'Oscar come migliore attrice), per la mano di Nick Hornby alla sceneggiatura (tratta dalle memorie di Cheryl Strayed), oppure per il regista Jean Marc Vallée che aveva già diretto il fortunato Dallas Buyers Club: un mix che rende piacevole un film di quasi due ore basato praticamente su un solo personaggio senza perdere in ritmo e scorrevolezza. Presente e passato sono mixati e dosati sapientemente in maniera da non confondere lo spettatore ed anzi, donargli maggiori elementi per comprendere la storia senza spezzare il ritmo narrativo, aprendo un varco nella mente e nei ricordi di Cheryl.

Cheryl Nyland, ribattezzatasi Strayed (smarrita), ha effettivamente percorso in solitaria 1600 chilometri lungo il Pacific Crest Trail (una via che parte dal confine tra Messico e California per arrivare fino al Canada) in un viaggio durato 94 giorni in preda alla fatica, al coraggio e alla voglia di ritrovarsi. Il regista ha scelto volutamente di adattarsi agli splendidi scenari naturali non utilizzando luci artificiali e scegliendo spesso di mantenersi ad una certa distanza dalla protagonista, in modo da mostrarne l'umana piccolezza rispetto ai paesaggi sconfinati che la circondano lungo l'intero film.

Wild racconta un viaggio “fisico” con una grande carica metaforica: modificare la velocità e la prospettiva con cui si è abituati ad osservare il mondo può realmente portare ad un cambiamento tangibile o meglio, ad un “riconoscimento” delle proprie reali esigenze di vita. Meravigliarsi per un'alba o un tramonto, trovarsi faccia a faccia con una natura non sempre accondiscendente, misurarsi con le proprie capacità e la propria resistenza sapendo di non poter contare su nessun altro è qualcosa che in un modo o nell'altro porta all'esplorazione di se stessi. È un viaggio che forse tutti dovremmo fare una volta nella vita, per scoprire il nostro ritmo e renderci conto che “ciò che conta è continuare ad avanzare, anche se tutto quello che puoi fare è un passo”, prendendo spunto dalle parole di Cheryl.


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