Richard Linklater, conosciuto principalmente per aver diretto la commedia musicale School of rock (2003) con un Jack Black al massimo della forma, è uno dei registi che più mi affascina dai tempi di Waking life (2001), delirante film a tema onirico girato con la tecnica del rotoscope (secondo cui la pellicola viene “ricalcata” da un disegnatore, generando un effetto straniante), utilizzata anche nel successivo A scanner darkly (2006). Ho sempre apprezzato la sua manifesta volontà di giocare con il mezzo cinematografico, il suo amore per la sperimentazione che si conferma nella trilogia composta da Before sunrise (1995), Before sunset (2004) e Before midnight (2013). Tre pellicole girate a distanza di una decina di anni l'una dall'altra, con lo stesso cast (Ethan Hawke e Julie Delpy) e una medesima storia (d'amore) che evolve nel tempo e nello spazio, incurante dei novanta minuti a disposizione sul grande schermo.

Linklater sembra avere una sincera urgenza di raccontare il mondo così com'è, senza troppi filtri, riuscendo nel compito non facile di restituire autenticità alla realtà riportata sul grande schermo. Per queste ragioni aspettavo con ansia l'uscita di Boyhood nelle sale italiane: già vincitore dell'Orso d'argento per la miglior regia al Festival di Berlino (dove il regista aveva già vinto il medesimo premio nel 1995 con Before sunrise), questo film è un esperimento unico nella storia del cinema.

Un progetto annunciato nel 2002 e durato dodici anni, durante i quali il regista ha seguito la vita (e la crescita) del giovane Mason (intepretato da Ellar Coltrane), di sua sorella (Lorelei Linklater, figlia del regista) e dei genitori separati (Ethan Hawke e Patricia Arquette). La troupe si è riunita ogni anno, per dodici anni, per proseguire nella lavorazione del film, riuscendo a mantenere una continuità filmica davvero notevole, anche per la rappresentazione dell'evoluzione socio-tecnologica.

Un esperimento narrativo che celebra il cambiamento, che non racconta nulla di straordinario ma attraverso questa normalità vuole mostrarci come quello che conta sia il passare del tempo, reale e non fittizio: non ci sono trucchi, dodici anni di storia si svolgono sotto i nostri occhi in due ore e mezza di film, mentre i corpi degli attori invecchiano naturalmente, ed è ipocrita affermare che ciò non sia terribilmente affascinante. Certo, un esperimento rischioso: Linklater ci racconta una storia ordinaria, senza inizio né fine, inevitabilmente incompiuta come ogni vita reale. Il film dura 166 minuti e in alcuni punti lo spettatore risente di questo indugio, ma la raffinata colonna sonora e le splendide prove attoriali restituiscono godibilità ad un film già interessante di per sé.

Uscito in poche sale e forse penalizzato da altre uscite contemporanee, Boyhood resta un esperimento importante e forse irripetibile al quale ogni amante del cinema dovrebbe assistere. Per avere la conferma che il cinema, nonostante stia per compiere 120 anni, non smette mai di evolversi.

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